Diari di Viaggio Volontariato

Testimonianza di Claudia, dall’Angola

Scritto da patrizia

Ladies and gentleman stiamo atterrando all’aeroporto di Luanda, si prega di allacciare le cinture di sicurezza, grazie.

Dal finestrino la città mi sembrava esattamente come l’avevo immaginata dalle descrizioni che avevo letto: gli edifici di un colore sabbia africana e la costa dell’oceano atlantico a dominare la vista che si ha dall’alto. Passo i controlli più velocemente di quanto mi aspettassi e anche i bagagli per fortuna arrivano subito.

Esco fuori e cerco il mio nome tra i cartelli di autisti o colleghi che aspettano qualcuno, mi sento come un bambino che esce da scuola e che fruga ansioso tra gli sguardi quello della mamma tra un misto di fiducia e paura che non ci sia. Il mio nome non c’è.  E se le suore non vengono a prendermi che faccio qui da sola dall’altra parte del mondo? Grazie a Dio questo timore dura poco, dalla porta a vetri dell’aeroporto vedo arrivare una suora salesiana che entra di corsa e va incontro a una ragazza dai tratti occidentali con un grande sorriso “Claudia!!”. La ragazza risponde di non chiamarsi così e la suora ci resta pure un po’ male, ma questo mi permette di andarle incontro divertita e decisamente sollevata, dicendole che sono io. E irma Irene mi abbraccia e mi bacia con un grande affetto come se già ci conoscessimo. Questa accoglienza è quella che mi avrebbe aspettato nella missione di Calulo e per la quale a una settimana dal mio arrivo qui in Angola non smetto ancora di sorprendermi e ringraziare.

Fuori dall’aeroporto ci aspettava un autista che aiuta le suore e che aveva accompagnato irma Irene a prendermi, avevano viaggiato cinque ore per arrivare a Luanda e li aspettavano altre cinque per tornare a casa, ma per loro è normale, bisogna percorrere spesso queste distanze per poter raggiungere la città con tutto quello che vi si trova e che non c’è nei villaggi.

Le ore di viaggio mi permettono di entrare gradualmente in questo contesto molto molto diverso dal nostro. Dal traffico di Luanda, che in quanto a creatività automobilistica batte Napoli e Roma 20 a 0, passiamo nella regione interna del paese, attraversando scenari variopinti di donne dagli abiti sgargianti che vendono i loro prodotti sul ciglio dei marciapiedi, manifesti delle recenti elezioni politiche, centri commerciali, favelas, fabbriche cinesi, per poi lasciare la strada asfaltata e percorrere lunghi tratti di sterrato per passare in mezzo alle province e ai villaggi.

Avevo pronta la macchina fotografica per fermare qualche immagine, ma non l’ho mai usata, ero come paralizzata a osservare, rispettosa di quella gente e della semplicità in cui vive. Scende intanto la sera e alcune case non hanno neanche la corrente elettrica, irma Irene mi spiega che alcune persone lì devono camminare fino ai fiumi per poter prendere l’acqua. Arriviamo alla missione che è l’ora di cena, le suore della casa e le ragazze della casa famiglia che vivono accanto a loro, sono tutte lì ad accogliermi con i loro canti di benvenuto. Inizia così questa avventura.  Nel giro di una settimana mi ritrovo a girare per casa liberamente e fare merenda con banane fritte e manioca,  ho iniziato a condurre i corsi di educazione affettiva e sessuale per gli adolescenti delle scuole della missione e per quelli dell’oratorio, collaborato con i catechisti della parrocchia per organizzare gli incontri con i ragazzi e sono andata a visitare una volta la scuola rurale di Quitila dove tornerò un paio di volte alla settimana.  Qui non ci si ferma mai. Ogni suora ha le sue attività e il suo da farsi, sembrano delle trasformiste che passano dall’essere mamme e nonne al diventare Indiana Jones alla guida della loro jeep per andare a fare catechesi nei villaggi intorno a Calulo o per prendere i professori e portarli alla scuola di campagna, perché non hanno macchine e senza di loro i bambini dei villaggi più lontani non potrebbero studiare; e poi diventano ingegneri che seguono i cantieri per la costruzione dei bagni della scuola; manager che devono gestire una scuola con più di 1200 ragazzi;  educatrici che riescono a ritagliarsi del tempo anche per avere dei colloqui individuali con i bambini o con i loro genitori; e poi ancora infermiere, cuoche, econome, insegnanti, animatrici, maestre di coro, catechiste, evangelizzatrici per gruppi di centinaia di adulti che la domenica fanno anche dodici chilometri a piedi per ascoltarle. Ah già e in tutto questo non dimentichiamo che sono anche suore. Sembrano un esercito, ma sto parlando di sole quattro donne: un’italiana, una guatemaltesca, una spagnola e una angolana (che detto così sembra l’inizio di una barzelletta). Agnese, Irene, Maite, Leo, le loro sono storie vere, storie vissute. Insieme ai sacerdoti salesiani che hanno fondato la missione, si dedicano ogni giorno con energia e amore alla gente del posto e ai più poveri. Non è facile. Il primo impatto che ho avuto qui mi ha fatto sentire tutte le emozioni in forma amplificata: paura, perché le condizioni del posto ti rendono pienamente consapevole che, se non stai attento, il tuo stato di salute è più a rischio (in pratica, l’unico lusso che mi permetto qui ogni giorno sono tre gocce di Autan n. 5); tristezza perché la povertà che vedi non può che farti stringere il cuore, rabbia perché sai che è profondamente ingiusta la differenza tra questo stato di vita e quello dei paesi più ricchi. E poi anche gioia, perché resti affascinato dalla profondità dello sguardo degli adulti, dalla vivacità degli occhi dei bambini, dai colori, dalle musiche e dalle danze di questo popolo, da un’allegria che sembra volersi affermare prepotentemente sulle difficoltà per vincerle con la speranza.  Qui anche chi non mi conosce mi saluta. L’altro giorno, con la jeep carica di tutti i prof, abbiamo riaccompagnato a casa una bambina della scuola di Quitila perché aveva mal di pancia e per evitare di farle fare un’ora di cammino, il tempo abituale che impiega ogni giorno per andare e poi tornare da scuola a piedi, passando per i campi. La famiglia viveva in una casa isolata in mezzo alle piantagioni e al nostro arrivo, di quel niente che aveva, ci ha offerto tutto, con un immenso sorriso, noccioline e patate dolci.

Come si fa a reggere di fronte a tutto questo? Sono arrivata qui il 5 settembre, il giorno di Santa Teresa di Calcutta, un onore per me poter affidare proprio a lei questa mia esperienza. Quello stesso giorno ho ricevuto un video su whatsapp di un’intervista al cardinal Comastri che raccontava di un suo incontro con Madre Teresa. Il cardinale ricorda che la Madre gli chiese quanto tempo dedicasse alla preghiera, aggiungendo “fai un po’ di orazione ogni giorno, altrimenti non reggi”. La Madre aggiunse “Tu credi che io potrei andare ogni giorno dai poveri se Gesù non mi mettesse nel cuore il suo amore? Pregando, Gesù mi mette nel cuore il suo amore e io vado a portarlo ai poveri che incontro. Ricordati, Gesù per la preghiera sacrificava anche la carità, per ricordarci che senza Dio siamo troppo poveri per poter aiutare i poveri”. Senza Dio, siamo troppo poveri per poter aiutare i poveri.

Non può essere che questo il segreto di queste suore e di tutti i missionari che operano qui e nel mondo. Per ora passo e chiudo, c’è fermento in casa perché due capre sono entrate nel giardino e le bambine le stanno rincorrendo per scacciarle, ridendo come matte. Anche questo fa parte della vita qui a Calulo.


C’è un proverbio africano che dice “Se vuoi educare un uomo, educa un bambino. Se vuoi educare un villaggio, educa una donna”. Vivere qui nella missione significa anche condividere spazi e tempi con le bambine e le ragazze della casa famiglia, sono diciassette, dai nove ai ventuno anni, ma per la malnutrizione in cui sono vissute finora alcune di loro sembrano più piccole, come del resto molti bambini qui. Alcune di loro sono orfane di entrambi i genitori, altre solo di uno, ma l’altro non è in grado di prendersi cura di loro per ragioni di salute. Altre hanno una famiglia, ma vivono in villaggi molto lontani, qualcuna anche a più di due ore di distanza a piedi dalla scuola e per questo le suore le ospitano in casa, offrendo loro la possibilità di avere una vita dignitosa e di studiare. Ma allo stesso tempo qui possono mantenere le loro tradizioni e abitudini, continuano per esempio a cucinare i loro piatti tipici, come il funje, che assomiglia vagamente a una nostra polenta, fatto di farina di mais e mandioca e per tritare le verdure le pestano con un lungo bastone di legno dentro un vaso dello stesso materiale. Non è stato difficile conquistarci a vicenda, tra donne ci si intende e quando ci si mettono di mezzo romanticismo, ricerca della bellezza e vanità, il gioco è fatto. Quando posso, con loro faccio i compiti, guardo i cartoni animati e quelle terribili telenovelas brasiliane dove tutti piangono sempre, mi dedico a un po’ di sano spetteguless e da quando hanno scoperto come funziona il mio cellulare mi chiedono in continuazione di fotografarle mentre si mettono in posizioni da fotomodelle per poi riguardarsi mille volte. Ogni fine settimana si riuniscono tutte nel jango, il patio che sta nel giardino della casa e qui inizia un pazientissimo lavoro che dura ore e ore per domare i loro capelli ricci e crespi e pettinarli con acconciature fatte di tante treccine legate da nastrini colorati. Il tutto per essere pronte per la grande messa della domenica. Ovviamente non ho resistito e me le sono fatte fare anch’io e stamattina sono andata a messa pettinata come loro e con un panno tutto colorato come gonna.

Le sento spesso cantare, ridere, litigare tra loro, le vedo abbracciarsi e aiutarsi a vicenda, rincorrersi, giocare come tutte le bambine. Quelle fino a tredici anni sono le più vivaci, bambine appunto. Eppure potrebbero ritrovarsi con una gravidanza da un giorno all’altro, perché questa è la tradizione, soprattutto nelle zone rurali, questo e unicamente questo il ruolo di una donna, fare figli ed educarli e quelle tra loro che si ritrovano ad essere mamme-bambine devono naturalmente rinunciare a studiare per occuparsi dei figli e quindi ritornano nei villaggi. Una volta lì, molte si riadattano alla vita rurale, vanno a prendere l’acqua al fiume, cucinano, fanno altri figli, la loro opinione non è tenuta in considerazione, non hanno alcuna influenza sulle decisioni della famiglia e della comunità e devono accettare che il marito possa avere più mogli, sì, anche se sono cristiane. Alcune magari ritornano con un livello di istruzione maggiore e questo da una generazione all’altra può trasmettere il valore dell’educazione e della cultura, ma è un processo molto lento che si scontra con le aspettative della comunità. Qualcuna invece resta affascinata da quello che conosce e decide, quando ne ha la possibilità, di continuare a studiare,  rimandare di qualche anno la maternità, sognando di poter contribuire a fare qualcosa di più grande per la sua gente e per il suo paese, come diventare insegnante.

Da quando nella missione si è sparsa la voce che c’è una psicologa italiana a fare la volontaria, sono in molti a cercarmi per farmi domande e chiedermi di organizzare incontri di formazione o di confronto. Oggi pomeriggio, ad esempio, ho incontrato un gruppo di donne per parlare delle loro relazioni con i figli adolescenti, una preoccupazione che a quanto pare accumuna i genitori di tutte le culture. Le donne che hanno partecipato all’incontro fanno parte dell’associazione ProMaica, Promozione della donna angolana cattolica, che con il suo lavoro sensibilizza e sostiene lo sviluppo della donna. Che belle le mães! Si fanno chilometri per partecipare a questi incontri e ai momenti di preghiera. Alcune sono analfabete e hanno tanta voglia di imparare per poter leggere la Bibbia. Abbiamo parlato di amore, di figli, di relazioni con i mariti. Quando analizzo le emozioni con i bambini e i ragazzi e chiedo loro in quali situazioni si sentono felici o tristi o hanno paura o rabbia, le loro risposte sono tutte orientate su di sé. Quando oggi ho fatto la stessa domanda alle mães, le loro risposte sono state tutte orientate sugli altri, sono felici se tutta la famiglia è in pace. È incredibile come semplicità e saggezza possano convivere armonicamente in queste donne. Alcune avevano vergogna a parlare, perché capiscono il portoghese ma parlano solo il kimbundu, la lingua locale, eppure quanta comprensione e quanta profondità c’era nei loro sguardi, rivolti a un futuro che dia loro maggiore valore e consapevoli della pazienza che questo richiede.

Credo che la pazienza sia la virtù più forte e più diffusa che sto riscontrando in questa gente e in particolare tra le donne. Una pazienza che non ha niente a che fare con la rassegnazione ma è legata alla speranza. Una pazienza generosa, non orgogliosa, di chi crede veramente in qualcosa di migliore, ma non ha la pretesa di esserne il protagonista principale, né lo spettatore in prima fila e tantomeno si aspetta che lo spettacolo debba cominciare subito. Semplicemente costruisce, aspetta e poi, quando sarà il tempo, chi potrà vedrà quello che è stato realizzato dal lavoro, dai sacrifici e dall’impegno di tutti. Per questo c’è un forte senso della comunità che prevale sull’individuo, nel bene e nel male.

L’incontro si è concluso con un canto in kimbundu con cui mi hanno ringraziata… Twasakidila…e mannaggia a me che ho la lacrima facile!

E poi un’Ave Maria tutte insieme…non poteva che essere così, il pensiero è andato a Lei, la prima Mulher, la prima Mãe.


Nella top ten delle cose che ho fatto per la prima volta nella mia vita nelle ultime settimane troviamo: preparare una mousse alla maracuja appena colta, mangiare una pizza con le banane (ebbene sì!), fare un book fotografico a dei passerotti dalle piume azzurre, assaggiare la canna da zucchero, percorrere un lungo tragitto in macchina in mezzo ai baobab e divertirmi a osservare le loro forme bizzarre, fare una passeggiata in mezzo a delle piantagioni di caffè, piombare a casa di uno sconosciuto con altre venti persone e chiedergli se ci prestava il suo giardino per fare un pic nic. E il bello è che il signor João non solo ha accettato subito, ma ha riempito me, le irmas e tutte le ragazze della casa famiglia di papaia e frutta fresca. Sono cose che in Africa succedono. C’è molta solidarietà. Qualche giorno fa sono andata con irma Agnese a fare la spesa al mercato di una città vicino Calulo, circa un’ora in macchina, e sulla strada abbiamo incontrato una ragazza che portava due sacchi carichi di farina a casa. Ha fatto con noi un pezzo di strada, le distanze sono lunghe e non è difficile ritrovarsi a dare passaggi a chi ne ha bisogno. Queste persone compaiono sulla strada improvvisamente, così come i bambini che vendono frutta e verdura della loro terra, per non parlare di quelli che vendono animali appena cacciati. Il più famoso è la paca, una specie di ratto gigante, la cui carne mi dicono sia molto buona. Vado sulla fiducia senza rimpianti…Non lo abbiamo comprato perché costava molto caro e mentre suor Agnese e l’autista commentavano delusi il mancato acquisto, io tiravo un sospiro di sollievo per non aver dovuto viaggiare con un topo morto nella jeep.

Le strade hanno lunghi tratti non asfaltati e, nella stagione secca, la terra piena di ferro di queste zone alza polveroni che colorano di rosso anche i cespugli che costeggiano la strada, uno scenario assai particolare. Nel percorso per arrivare a Quitila, il villaggio dove si trova la scuola rurale, una delle parole che sentivo più spesso pronunciare da irma Maite era “fuffuta!!!!”, che in kimbundu significa polvere, per avvisare me e i professori che viaggiavano con noi di alzare i finestrini per non far entrare la sabbia. E tra un fuffuta e una buca qua e là (noi romani a questo siamo più che abituati) ecco che arrivavamo a Quitila, ogni volta un’avventura. Ogni volta che arrivavamo nel villaggio era una festa, irma Maite suonava il clacson per annunciare il nostro arrivo, dai finestrini gridavamo “Muaseki!!” per dare il buongiorno nella loro lingua e la gente usciva fuori dalle case per salutarci, mentre i bambini iniziavano a correre felici davanti alla jeep per arrivare a scuola prima di noi.

La realtà più povera di Quitila è quella che forse mi porterò di più nel cuore. I bambini che si divertivano a farsi fare tante foto, per poi guardarsi e gridare contenti “Guarda, questo sono io! Questa è Isabel! Questo è Antonio!”. Con i ragazzi più grandi abbiamo parlato di amore, del significato di famiglia, che per molti è un nucleo di sostegno per la sopravvivenza e poi abbiamo condiviso alcuni dei loro sogni per il futuro. Non è stato facile far tirare loro fuori questo aspetto, avevano molto pudore, molti ragazzi adolescenti, se il padre abbandona il tetto familiare, prendono il suo posto per lavorare per la madre e i fratelli più piccoli e ai loro sogni devono rinunciare. Ma poi si sono lasciati andare alle condivisioni e così Gabriel ha detto di voler diventare un calzolaio, altri operai, contadini e anche qui il sogno di molti è di giocare a pallone. Per le ragazze il desiderio è di diventare o insegnanti o infermiere.

Quando sono arrivata alla missione ero convinta di dover svolgere un percorso educativo solo per le ragazze della casa famiglia e invece mi sono ritrovata in sole tre settimane a fare corsi per quasi cinquecento persone, tra adolescenti e donne. Insieme abbiamo riflettuto sul rispetto, sull’importanza della reciprocità, del valore e della dignità di ciascuno di noi, della parità tra uomini e donne, in contesti in cui non sempre questo è scontato. Non immaginavo tanta bellezza, era come se il bene si moltiplicasse in automatico. Ma il Signore lavora così, quando un progetto è per la Sua gloria e nella verità, davvero compie cose grandi! A noi basta dire il nostro sì e poi al resto ci pensa Lui. Tutto questo è stato possibile perché dall’inizio c’è stata grande collaborazione e armonia, con le irmas che organizzavano gli incontri, con i professori che traducevano il mio portoghiano (un misto di portoghese e italiano) nel loro portoghese e con tutti i partecipanti che si sono messi in gioco con pazienza, apertura e disponibilità.

La sera andavo a dormire stanca, ma con una grande pienezza nel cuore. Se in poco tempo è stato possibile costruire così tanto, lo devo anche a tutti gli amici che da casa stavano pregando per me e con me, non ho alcun dubbio su questo. Questa è la chiesa: pregando gli uni per gli altri, siamo tutti insieme coinvolti nel creare il bene. Come sentii spiegare in una omelia tempo fa, a seconda delle occasioni che si presentano di volta in volta, qualcuno si ritrova a essere “pescatore di uomini” ed avere un ruolo più attivo, e qualcuno “fabbricatore di reti” il lavoro di chi sta dietro le quinte, ma con le preghiere e le offerte di ogni giorno permette allo Spirito di soffiare e dare forza a chi magari in quel momento è impegnato in un particolare progetto. La mia motivazione, che si ferma ad un livello più umano, non sarebbe stata sufficiente per un lavoro così intenso, ma, con il sostegno dei miei fabbricatori di reti, sentivo di avere risorse in più che non erano tutta farina del mio sacco. Penso alla mia famiglia, alle salesiane che pregavano per noi volontari, penso ai miei amici che affrontavano le loro battaglie di ogni giorno con il lavoro, con i familiari che non stanno bene, con i loro stessi problemi di salute e offrivano tutto questo anche per la mia missione… Dedico a loro questa mia esperienza, perché hanno contribuito a realizzarla tanto quanto me.

L’unità in Cristo nella chiesa è questa e va al di là di ogni spazio e di ogni tempo. Per questo è importante che continuiamo a collaborare con i missionari e a pregare per loro.

Ascoltando le storie delle suore e dei padri che ho conosciuto, come loro stessi ripetono, le loro vite sono state un susseguirsi di grazie e di miracoli. Queste donne e questi uomini hanno lasciato tutto e hanno vissuto in mezzo ai più poveri per annunciare che Cristo è presente accanto a loro. Hanno messo spesso a repentaglio la loro vita, ma il Signore ogni volta provvedeva. Come quando durante la guerra le irmas a Calulo erano sotto attacchi continui e dalla congregazione non sapevano se fossero ancora vive o no, ma intanto, con la solidarietà di tutti, loro riuscivano ad andare avanti; come quando irma Graça andò a parlare direttamente al governatore di una provincia dell’Angola e questi chiamò un suo amico, un uomo molto generoso che regalò inaspettatamente il terreno dove costruire una missione; come quando lei, altre suore e dei volontari rimasero più di una volta indenni passando sopra mine che inspiegabilmente non sono scoppiate.

Padre Luigi è vissuto per diciassette anni con i ragazzi di strada in Brasile prima di fare il missionario in Africa e a Calulo segue con grande energia la comunità, facendosi spesso chilometri durante la settimana per andare a celebrare messa e a fare catechesi nelle cappelle dei villaggi più lontani. Padre Roberto, dopo una vita passata tra i poveri in Argentina, all’età di settanta anni, quando in genere un uomo medio è già andato in pensione, ha chiesto di poter continuare la sua opera di evangelizzazione in Africa dove vive da dieci anni e lavora per la crescita delle anime con una umiltà che ho trovato disarmante. Nella lunga chiacchierata che ho avuto l’onore di poter fare con lui mi ha anche raccontato degli incontri che durante la vita ha avuto con Papa Francesco in Argentina, c’è addirittura una foto di un ritiro che fecero quando erano ancora in seminario, in cui Bergoglio ha tredici anni e padre Roberto quindici.

I missionari seguono con grande attenzione tutti gli eventi a livello internazionale e quanto era toccante sentire il modo in cui guidano e accompagnano la comunità a pregare per il Papa e per tutte le persone che nel mondo vivono situazioni drammatiche, come le vittime e i sopravvissuti del terremoto che negli ultimi giorni ha sconvolto il Messico. I poveri per i poveri, in un circolo d’amore che non si arresta.

Ero partita per questa esperienza con l’atteggiamento di chi si mette in cammino per ammirare come si incarna l’Amore in una parte del mondo che molto ha sofferto e ancora soffre. Posso dire di averlo incontrato. L’ho visto nella semplicità, nell’accoglienza affettuosa, nella pazienza e nella devozione di una comunità che cerca Dio e che lo onora offrendogli con immensa gioia tutto quello che ha. L’ho visto nella vita di questi missionari che rendono carne la parola che dice “il Figlio dell’Uomo non è venuto per essere servito, ma per servire”.

Mi vengono in mente le parole di Etty Hillesum che scriveva dell’importanza di “essere fedeli nel senso più ampio della parola. Fedeli a sé stessi, a Dio, fedeli ai propri momenti migliori. E, là dove si è, esserci al cento per cento. Il mio “fare” consisterà nell’ “essere”.

Ringrazio il Signore per avermi donato di poter osservare in questi missionari tale fedeltà e per avermi concesso la grazia di vivere questa esperienza in pienezza, con tutta me stessa.

Sto scrivendo dall’aereo che mi riporta a casa, tra poco ci siamo. A questo punto non mi resta che salutarvi e affermare, senza usare metafore… missione compiuta!

Claudia Cassano, volontaria VIDES Internazionale a Calulo, Angola – 27 settembre 2017

 

Autore

patrizia