|
"Diritto all'infanzia violata" - Le mutilazioni genitali femminili |

La presente ricerca si pone di analizzare il fenomeno delle mutilazioni genitali femminili evidenziando che ogni anno circa due milioni di bambine e donne vengono sottoposte a questo tipo di pratica in almeno 28 paesi del continente asiatico e africano. Attualmente questo fenomeno sociale si sta espandendo sia per la forte immigrazione dai paesi di altre culture sia per la maggiore mobilità dei cittadini italiani. Oggi, infatti, grazie alla multiculturalità, ai ricongiungimenti familiari e ai tanti matrimoni misti ci troviamo a fare i conti con le problematiche che l’immigrazione comporta.
Il problema delle MGF presenta aspetti di ordine culturale, giuridico e psicologico molto complessi. La ricerca difatti è stata articolata secondo tre fasi distinte: nella prima ho cercato di ricostruire una cornice teorica di riferimento che definisse appunto il problema in grandi linee. Nella seconda ho delineato gli strumenti legislativi internazionali e regionali evidenziando la Convenzione di New York del 1989. Puntando molto sul concetto di “violazione dei diritti umani”, violazione al diritto della bambina, violazione dell’integrità del corpo e dello stato psicologico della donna. Nel nostro paese, infatti tale pratica, quando denunciata dal medico a cui viene richiesto di praticarla, è considerata come lesione personale gravissima ( art. 582-583 del codice penale) e quindi perseguibile per legge.
Nell’ultima fase ho evidenziato le conseguenze fisiche e psicologiche che tante bambine sono costrette a subire a causa di queste pratiche disumane. Gli effetti psicologici delle mutilazioni sono difficili da studiare, molte testimonianze raccolte parlano di ansia, terrore, senso di umiliazione e di tradimento, che possono avere effetti a lungo termine come il malessere fisico, emotivo e dell’identità.
In Italia le MGF sono uno dei tanti problemi che l’immigrazione si è portata dietro e che ci pone di fronte a una situazione difficile: il conflitto normativo fondato sulla difficoltà di riuscire a rispettare i diritti umani e culturali.
La mutilazione è un “fatto culturale” importante per l’appartenenza ad un gruppo e per la conquista dell’identità; fondamentale quindi, è lo studio psicologico di questi aspetti del tutto nuovi per la nostra società, impegnata a far rispettare il diritto a non violare l’infanzia. Come ho già accennato i recenti flussi migratori mettono in contatto realtà, usi e costumi lontani ponendoci di fronte a riflessioni doverose e delicate.
Le mutilazioni sono delle pratiche tradizionali menomanti che le immigrate portano sul fisico e nella propria mente; molte di loro si sono ribellate a questa pratica per le conseguenze dolorose, ma molte altre non vogliono cancellare del tutto il patrimonio tradizionale. Sicuramente oggi possiamo dire di come siano devastanti tali usanze per le donne, ma dobbiamo tener conto dell’opinione di altre figure femminili che le accettano e non vogliono rinunciare a tali pratiche. Bisogna guardare questo fenomeno da tante angolazioni e punti di vista diversi, ognuno con la propria storia e spiegazione. Il diritto alla conservazione delle proprie tradizioni è fondamentale, ma questo tipo di crudeltà nei confronti delle bambine per noi occidentali risulta è assolutamente inaccettabile. Oltre a comportare seri rischi per la salute della donna, è infatti profondamente lesivo dei diritti fondamentali, della dignità e della libertà della persona, oltre a violare i diritti dei minori.
Dato che non esiste, nella nostra legislazione, una norma specifica contro le mutilazioni sessuali, si ritiene necessario un intervento mirato per una campagna di informazione, di sensibilizzazione e acculturazione di queste popolazioni.
L’obiettivo della mia ricerca è valutare il fenomeno sociale delle mutilazioni genitali femminili, partendo dalle normative vigenti, per dare rilevanza ai processi di tutela, di legittimazione dell’identità etnica, dell’integrità fisica e psicologica delle donne, evidenziando come questo fenomeno sia diventato una nuova questione sociale legata al rispetto dei diritti umani, alla salvaguardia della salute psichica e fisica delle donne e delle bambine. Queste ultime subiscono un maltrattamento fisico ed emotivo molto forte che porteranno per tutta la vita, violando l’infanzia che nessuno potrà più restituire loro.
È importante quindi salvaguardare il minore da queste pratiche riconosciute non adeguate e deleterie, pur nel massimo rispetto di una cultura diversa dalla nostra. Tutto questo può essere reso possibile solo da una più appropriata conoscenza della loro mentalità e delle loro attuali abitudini di vita.
Le conclusioni della mia ricerca è che le mutilazioni genitali femminili costituiscono un problema delicato e controverso che porta con sé implicazioni religiose e pseudo religiose, culturali ed ideologiche. Queste creano reazioni emotive sia in coloro che le hanno subite, sia nelle persone che vivono nella cultura ove questa pratica è comune sia, nelle persone emigrate che vedono nel perpetuare queste pratiche mutilatorie come il mantenimento di tradizioni che permette loro il senso di appartenenza. Vi sono altre reazioni che coinvolgono noi occidentali che viviamo in una società che sente estranea questa violenza estrema sulle donne.
Nella mia ricerca ho analizzato a livello giuridico, psicologico e sociale la tematica delle mutilazioni cercando di comprendere il perché in ogni sua sfaccettatura.
Ciò che è emerso è che mai come in questo caso la verità risulta essere così ambivalente. Deve essere chiaro agli occhi di noi occidentali che nessuna società, nessuna madre vuole il male della sua bambina a cui viene praticata la mutilazione. Tale prassi, infatti è considerata dalla stessa donna mutilata come assolutamente necessaria per una crescita sana e felice delle loro bambine.
Proprio per la presenza di queste contraddizioni è importante rispettare il punto di vista, l'opinione, il sentire della singola donna; il nostro impegno deve essere nel confrontarci con le varie culture senza sentirci portatori di verità assolute, bensì consapevoli che nelle differenze c’è la ricchezza di ogni società.
Le credenze e le usanze che circondano le differenti forme di mutilazione genitale femminile sono tuttora diffuse e radicate, infatti questo calvario è spesso accettato dalle altre donne della famiglia come un fatto normale e inevitabile della vita comunitaria, un segno di appartenenza, un codice di onore da rispettare senza considerare il trauma e l'handicap sessuale che porteranno per tutta la vita.
Le mutilazioni genitali femminili creano forti instabilità psicologiche e gravi traumi che durano tutta la vita. Le motivazioni che mantengono in vita questa tradizione sono concetti religiosi e pregiudizi sociali con l'unica costante di creare una mutilazione non solo fisica ma anche psicologica della giovane donna che la subisce. Per la mentalità maschile, l’amputazione della clitoride è protettiva contro l'ipersessualità femminile, e favorisce la castità e la fedeltà essendo la verginità femminile un requisito indispensabile per il matrimonio legato all’attuazione di questa pratica mutilatoria Inoltre è tale il senso di appartenenza che le donne non infibulate vengono denigrate ed emarginate. L'infibulazione viene erroneamente vista come una pratica esclusivamente mussulmana, ma non è così. Certo è che si tratta di interpretazioni forzate e talvolta interpretate arbitrariamente dalla religione per perpetuare il controllo sulla sessualità femminile.
Per rendere questa pratica meno invasiva possibile è necessario che la popolazione e il personale sanitario prendano coscienza delle gravissime conseguenze che queste hanno sulla salute psicofisica delle donne. È compito della società civile urlare il diritto di ogni bambino di ogni bambina al rispetto dell’integrità psichica fisica ed il diritto al rispetto della infanzia e ad una futura sessualità felice. Dovremmo impegnarci a favorire una crescita culturale per le donne rendendole consapevoli dei loro diritti, per far sì che siano in prima persona protagoniste di un reale cambiamento nei loro paesi di origine, coordinando e rafforzando con la dovuta sensibilità e costanza le attività rivolte all’educazione e all’ informazione.
Dalila Migliaccio |
|