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Testimonianze da Caldato Alessandra - Argentina - Fortin Mercedes |
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20/04/07
Bussano alla porta del comedor. Guardo la hermana Pato, ci sorridiamo, ma è un sorriso un po' amaro.
Sappiamo benissimo chi sta bussando: alla porta ci sono tre piccoli angeli che questo fine settimana partono per la Bolivia. Il giudice ha dato l'ok, così hanno fatto armi e bagagli, e in un paio di giorni le tre bimbe col papà, il cugino e la nonna varcheranno il confine argentino, verso il nord.
Usciamo dal comedor, tutte quante e iniziano i saluti. Sono abbracci lunghi, lunghissimi. La più grande piange, anche se vuole andare. Ma non è semplice, dopo tutto questo tempo.
Non mi piacciono, gli addii. Mi piacciono gli arrivederci, quando saluti qualcuno e sai che ci si rivedrà, sai che ti scriverà, che una sera ci si racconterà tutto rimanendo svegli fino a tarda notte.
Ma gli addii proprio no.
Apro la mano, regalo a ognuna uno dei miei anelli di cocco. Due viola e uno nero.
E ci si abbraccia ancora, fino alla porta del collegio, dove c'è il loro papà sulla jeep bianca. Oggi sembra proprio un bravo papà. Scatta una foto alle bambine insieme a noi e alle suore.
E infine salgono tutti sulla jeep. Ciao ciao con la mano.
Ciao bambine mie. Siete belle, belle dentro.
E' difficile lasciarvi andare, ma spero che vi aspetti una vita altrettanto bella, laggiù. 
19/01/07
Dopo un po’ potresti essere in qualunque luogo: Asia, Africa, America. Si sbiadiscono i contorni a confondere tracce di popoli che hanno dietro la stessa storia, e che se la caricano sulle spalle senza abbassare lo sguardo. Gente con la schiena curva e lo sguardo vivo, occhi che scappano.
E’ all’inizio che ti si svela, come epifania, come paesaggio coperto da un sipario che ad ogni curva dell’autobus alza un lembo di stoffa.
Sono arrivata nella Patagonia argentina senza aspettarmi niente, senza sapere niente. Strano per me, che di solito quando viaggio mi informo su tutto. Ma come fai ad arrivare in uno spazio così sterminato e pretendere di poterli solo vedere, i confini?
Qui la sera si srotola un tramonto violarancio che scioglie ogni tensione del giorno e invita alla pace. Qui le strade hanno numeri e non nomi, e i paesi sembrano essere caduti dalla tasca di un gigante distratto in cammino verso la Tierra del Fuego.
Cammini tra la polvere che s’alza incessante dalle strade, nel vento, nella luce del giorno, salti un rivolo d’acqua avanzo della pioggia della notte, saluti la gente, entri nel barrio e lì ci sono le loro capanne, i loro rifugi, quello che comunque chiamano “casa”. E casa può essere davvero se è casa quanto ci sta dentro. Il “compartir”, sempre e comunque quel poco che si ha, la voglia di mordere la vita e andare avanti, tutti insieme.
Il pueblo non dorme mai. Ha mani di padre che di giorno lavorano nei campi di cipolla. Ha braccia di ragazze che allevano figli e fratelli nella luce del pomeriggio. Ha gambe di bambini che giocano tra le pozzanghere con sacchetti di nylon e palle fatte di stracci. Ha occhi di mamme la notte a vegliare che non piova sui bambini dai buchi della lamiera del tetto.
E tu sei qui coi tuoi occhi e di tutto questo già sai che ti porterai a casa ben più di una fotografia nella mente. O forse saranno i loro stessi occhi a tenere qualcosa di te, per sempre. 
08/12/06
Usciamo verso le sette. Guido la jeep tranquilla nel sole che tramonta, lei seduta al mio fianco gioca con un palloncino fucsia e mi dice: "E se lo lancio fuori?".
Devo accompagnarla a casa, ma le ho promesso che prima la porterò a fare le commissioni con me. Entriamo da un fruttivendolo, devo comprare cinque chili di pomodori, due di lattuga e tre di pesche. Lei si ferma a guardare i biscotti, me ne indica alcuni al cioccolato che le piacciono molto. Non glieli posso comprare e lo sa: è una delle regole, non posso comprare nulla alle bambine. Però quando ripartiamo e mi chiede una pesca le dico di sì: "Però non dirlo alle suore, eh, N.".
Undici anni, la pelle scura e due occhi che parlano. Andiamo a comprare le bistecche, mi dice che deve lavare la pesca e io chiedo un bicchier d'acqua al macellaio. Lei si vergogna, allora le dico di prendere il bicchiere, uscire e lavare la pesca. E' contenta quando rientra, mi dice che adesso non le fanno più male i peletti della pesca. Andiamo alla gelateria, devo comprare tre chili di gelato. Aspettiamo mezz'ora, è piena di gente e fanno il gelato più buono di Luro, la proprietaria è italiana, Renata, friulana. Mentre aspettiamo le chiedo se ci sarà l'anno prossimo, al collegio. "No" "Allora la prossima settimana ci salutiamo per sempre" "Sì" "Perchè ridi, N.? Sei contenta di non vedermi più?"
Si gira dall'altra parte, diventa seria e mi dice "Ay, no... basta".
Quando risaliamo sulla jeep il cielo è nero. Mi avevano detto che era tempo da tempesta, e col fatto che in gelateria siamo state quaranta minuti non mi ero accorta di come s'era rannuvolato il cielo. "Non voglio andare a casa" mi dice. Non rispondo, che posso dirle?
Le chiedo dove vive, prendiamo la strada di terra e la polvere inizia ad alzarsi tanto che non vedo più niente. La gente per strada inizia a correre, i cani impazziscono e ho paura di investirli, sento un colpo sulla carrozzeria e prego di non averne colpito uno. "A destra", mi dice. Svolto, entriamo nel suo barrio (quartiere). Capanne, terra, polvere, pioggia che inizia a cadere forte. La gente stende teli di nylon alle finestre, tira dentro il bucato, corre per le strade. La strada inizia a diventare un fiume di fango, so che sto rischiando di finire fuori strada come sempre succede quando piove forte. Vento, pioggia, fulmini. "No, non aprire il finestrino, N.". "Non vedo niente". "Nemmeno io, ma vado piano". Sbagliamo strada, lei non vede e facciamo un pezzo in più. Ho un po' paura, è pericoloso girare in auto: lunedì mi ha sorpreso la grandine, mezz'ora di ghiaccio, mi sono dovuta fermare al lato della strada ad aspettare. Mi dice che siamo arrivate, la polvere che s'alza nonostante la pioggia mi lascia solo intravedere la scena. Mi saluta, scende, io vedo sua madre che sta correndo da un lato all'altro della capanna a fare qualcosa, a pregare che non venga giù tutto, a tirare teli e legare i cani, a chiamare i bambini che sono in mezzo alla strada, fradici e pieni di fango. Alza un braccio come a dire "Me l'hai riportata, grazie, è tutto ok".
No che non è tutto ok, penso mentre riparto, non è tutto ok: io adesso ti lascio qui e me ne torno al collegio, dove ho il mio appartamento, il mio letto, l'acqua calda, e tu devi stare qui con la pioggia in una baracca che non ti ripara dal vento e dall'acqua. Non è ok: io adesso torno e vado a cenare, e tu forse nemmeno mangerai perché chissà se avete da mangiare, e comunque passerete la notte stipati nell'unico angolo in cui non entra la pioggia dal tetto di assi sconnesse. Non è ok, mi sento male, vorrei tornare indietro a riprenderla, ma quella è la sua casa, la sua famiglia, il suo barrio. Accosto e scoppio a piangere. Non me ne frega niente di stare per strada con la tempesta, mi sento male e non riesco a guidare. Poi mi rianimo, torno a Fortìn, venti all'ora. Rischio un incidente, non si vedono nemmeno i fari delle auto. Entro in garage. Le suore stanno già mangiando. Per chiudere il cancello mi sono bagnata completamente, mi chiedono "Tutto bene?".
Rispondo "No....el barrio..." ma ho la voce rotta, capiscono male, capiscono "el barro", che significa "il fango". "Già, il fango, eh, sì, quando piove è terribile, forse era meglio se prima portavi a casa N. così poi facevi le commissioni e non tornavi per la strada di terra. Ok, adesso asciugati un attimo, siediti e mangia".
Ma non ho fame.
Barrio, barro, un quartiere che diventa fango.
Sembra un gioco di parole ma è la loro vita.
Besitos 
23/10/06 Hola vides!!!!!
Che, que onda???
Con oggi sono ben due settimane, ossia 14 giorni, ossia 336 ore che abbiamo lasciato l’Italia per venire fin quaggiu'.. ehhh... quaggiu'.. neanche fossimo in Patagonia!!!!!!
In realta' vi dobbiamo confessare di essere in crociera sulla riva del Nilo...e possiamo provarvelo, guardate la foto!!!!
Ma daiiiiiiii.....scherziamo!!!! La foto e' di un luogo incantevole vicino a Pedro Luro, che si chiama la Salada! Un "ojo de mar" come lo definiscono qui, ovvero occhio di mare!
Fortin Mercedes ci ha accolto con dolcezza e tenerezza...!
Queste prime 336 ore (calcolo fatto con la calcolatrice eh!!) ci sono servite per aggiustare il fuso orario, comprovare la buona cucina e vederne le conseguenze...(!), ambientarci nel collegio, conoscere las hermanas, intasare il bagno, usare la magica "sopapa", scattare qualche foto da mandarvi, correre in farmacia a prendere uno spray contro i pidocchi, sbagliare puntualmente ogni mattina i vestiti da mettere dato che qui la temperatura sale e scende come un' altalena di 10 gradi! A cos'altro ci sono servite queste prime 336 ore? Ah si.. a osservare gli sguardi delle bambine dell'Hogar sperando di poter entrare un giorno in punta di piedi nella loro quotidianita' e nei loro cuori.
Abbiamo promesso alle suore di riferirvi che sono delle persone serie, raccomandabili e posate: ah ah ah! Come volontarie VIDES non possiamo mentire e dobbiamo per forza svelarvi che non e' proprio esatto... Non passa giorno che non ci venga il mal di pancia dalle risate (Patrizia,questo lo copre l'assicurazione del servizio civile??)!
Con mucho carino y sopapas para todos !!!
Dalla Patagonia, Alessandra e Lorenza   
21/10/06
Ecco il duro lavoro delle volontarie...a FORTIN MERCEDES!   
12/10/06
Buon giorno!
una mail veloce per dirvi che Alessandra e Lorenza stanno bene...
Sono ora presso la struttura di Bahia Blanca in Ispettoria e domani andranno a Fortin Mercedes... Un abbraccio grande.  |
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