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Testimonianze da Ranocchiari Dario - Argentina - Ciudad Evita

14/04/07
Nonostante la luuunga assenza informatica, finalmente arriva qualche foto!!! Qui le cose continuano bene, andiamo avanti con le attività (anzi, da dopo l'estate - fine febbraio - abbiamo iniziato a lavorare in un altro hogar e a fare varie cosette in più) e abbiamo... cambiato casa! L'umidità non permetteva più di sopravvivere nella vecchia casetta, a cui ci eravamo affezionati. Ora è regno di formiche e bacarozzi, muffette e pozzanghere; mentre noi stiamo in una confortevole stanzetta dentro l'hogar salesiano "Osvaldo", dove lavoravamo già prima dell'estate e ora siamo presenza fissa.
Comunque, le foto si riferiscono a tutt'altro periodo: l'inizio estate, la fine di molte attività, le feste e i cenoni vari di Natale e Capodanno... Ce n'è anche una che testimonia l'incursione di Matteo (di Itajaí) a Buenos Aires: a dirla tutta, della città non ha visto quasi nulla perché si é innamorato del barrio e non ha affrontato neanche un tango in centro...
Comunque, l'estate è stata piena di cose belle. Abbiamo messo in piedi un presepe vivente con i bambini della cappella di Santa Rita, e poi - con Giuseppe, che alla chiusura del collegio di Mar del Plata è stato mandato qui da noi a lavorare (cambiando le spiagge per le zanzare!) - abbiamo documentato fotograficamente le visite famiglia per famiglia nel barrio, portate avanti dalle varie comunità che lavorano sul territorio. È stata un'esperienza molto bella, anche per chi come noi non l'ha vissuta da un punto di vista religioso, perché ci ha permesso di conoscere più a fondo le persone e le varie realtà sociali del barrio. Tutte le foto raccolte (Giuseppe ne ha fatte centinaia!) saranno proiettate pubblicamente la prossima settimana, in una specie di festa organizzata ad hoc.
Bene, ora vi salutiamo!
Dario e Gloria






07/01/07
Ieri era il compleanno di sr. Norma: l’ha – e l’abbiamo – passato preparando il baile reggae alla cappella, che è durato fino alle 03:00 di notte nonostante la pioggia. L’incasso, che servirà ad abbassare il prezzo del viaggio a Viedma (Patagonia) di febbraio, per il seminario di teologia della liberazione, non è stato eccezionale; ma abbastanza da farci programmare un altro concert-ballo per sabato prossimo. Questa volta sarà folklore e cumbia, se si riesce.
Comunque oggi, che è domenica, siamo andati alla Feria de Mataderos. Mi rendo conto solo ora che non ne ho mai parlato, quindi approfitto per farlo. In realtà ci siamo stati solo una volta le prime settimane, ma per me la vince su tutto quello che ho visto finora in Capital. Intanto, non è Capital: è il limite estremo del distretto di Buenos Aires, al confine con La Matanza (dove siamo noi). Questo già dice abbastanza su cos’è, o meglio cos’era: un punto di snodo tra la pampa e la città. Infatti a Mataderos c’è il museo gaucho e appunto la fiera, un mercato di artigianato “tradizionale” dove si vende tutto ciò che è considerato autenticamente criollo, più un bel po’ di altre cianfrusaglie. Funziona la domenica attorno alla piazza municipale, un’oasi di architettura coloniale nei sobborghi della periferia. Molti dei negozianti vengono dalle loro boutique etniche di Recoleta e Palermo per vendere qui, dove di turisti stranieri ne arrivano pochi ma di porteños con voglia di radici molti. Il palco, che è fisso tutta la settimana e alle cui spalle giganteggia il monumento (naturalmente equestre) di un gaucho, la domenica si riempie di musica dal vivo suonata da gruppi in costumi tradizionali mentre la folla lascia al centro della piazza lo spazio per i balli. Coppie di tutti i tipi, giovani e anziani, dai campi e dalla città, si lanciano in chacareras, chamamé e zambas senza ritegno, incuranti del sole a picco e quasi sempre vestiti a punto di bomberas de campo e cinturoni di monete. È gente che viene tutte le domeniche per ballare: quasi tutti si conoscono ormai da tempo, e affrontano ore di autobus per godersi così il dì di festa.
La cosa più stimolante di tutto questo è l’assenza di un confine preciso tra turista e non turista, tra straniero e locale, tra contraffatto e autentico. Nessuno è locale, neppure i cantori e i musici, che hanno appreso buona parte di quello che fanno fuori dal contesto contadino in cui è nato e già dentro un altro contesto, quello della valorizzazione delle tradizioni. Il semplice fatto che questa musica sia nota come “folklore” (vale per gli scaffali dei negozi come per l’idea di chi la produce e la ascolta) chiarisce questo tipo di postura, quasi impensabile nell’Italia del senso di colpa per la scomparsa del mondo contadino e della differenziazione (elitista) dell’autentico popolare dall’inautentico popolareggiante. Persino noi, europei, stranieri, non siamo fuori del gioco né il gioco è stato fatto solo per noi (come vale per la gran parte dei mercati “tradizionali” che ho conosciuto): c’è chi sa di folklore e chi no, chi ne vuole sapere e chi no, chi ha un padre gaucho o indio o criollo e chi no, ma tutti siamo qui per riannodare un filo e celebrare coscientemente una tradizione senza fingere che non sia cambiata (e quindi senza bisogno di distinguere tra autentico e inautentico).
Il nostro dì di festa, questa volta, è stato senza feria: pare che abbia chiuso per gennaio (l’agosto di qui) perché gli artigiani se ne sono andati per mercati della costa. Comunque abbiamo mangiato in un buco cadente pieno di personaggi davvero incredibili, dove un guitarrista mal amplificato suonava folklore accompagnato da un percussionista eclettico che, volteggiando tra i pochi tavoli pieni, suonava qualunque bottiglia gli capitasse a tiro. Sr. Norma e sr. Celina hanno mangiato interiora di mucca fino a scoppiare, ridendo e scherzando nonostante il frastuono e guardando («c’è anche il cinema gratis, che!»). Ho fatto un po’ di foto, poi siamo usciti. Le suore sono tornate per la messa mentre noi siamo capitati in un posto la cui insegna recitava Federacción Gaucha Mataderos: una balera criolla, un posto fuori dal tempo, cadente e polveroso come solo certe tascas a Lisbona. La musica era ottima, ruspante e ben suonata; una decina di coppie ballavano e bevevano (senza soluzione di continuità). Siamo capitati al tavolo con Rubén e Maria, due salteños trapiantati qui (come più di un terzo degli argentini). «Io sono un miscuglio strano di indios, italiani e spagnoli, mentre Rubén è arabo». «Arabo?», «Sì, è nato a Salta anche lui ma i genitori sono tutti e due di origini arabe. È un purosangue», e scoppia a ridere. Poi la pista li chiama e ballano una zamba sensualissima, davvero bella. Tornano e ordinano un’altra birra per noi: «Di solito veniamo vestiti bene, con gli abiti tradizionali, ma oggi faceva troppo caldo. Veniamo tutte le domeniche, a ballare». «Abitate da queste parti?», «No, non molto vicino. Però ci piace qui: poi di solito c’è la feria…» «Sì, la conosciamo: quando inizia?» «Il 20, di sera, si balla in piazza per la riapertura della stagione». Gloria e io non ci saremo, peccato: c’è il campeggio con i ragazzi dell’hogar de dia. Ma non c’è molto tempo per deludersi, perché una signora si avvicina e mi trascina sulla pista. Anche Gloria e Giuseppe ballano, mentre Rubén e la moglie battono le mani.
Mataderos è un po’ tutto questo. Alle sette e un po’ ce ne dobbiamo andare, siamo invitati a casa di una ragazza del barrio. Mentre ci finiamo la birra che ci ha offerto Rubén chiedo a Gloria se immagina posti del genere nella Rio de Janeiro che lei ha conosciuto. Ci pensa e mi dice di no, perché per avere posti del genere bisogna avere memoria e tanta voglia di coltivarla nonostante l’urbanizzazione e tutto il resto. Penso all’Italia e mi faccio la stessa domanda: a malincuore devo rispondermi anch’io di no.


31/12/06
Il 29 è arrivato Giuseppe da Mar del Plata: per due mesi saremo in tre. Lo abbiamo fatto istallare nell’hogar di Finita e Dante, in una stanza che non si usa. Ha addirittura la doccia! E tre bagni! E un tetto vero! Per questi giorni siamo cinque italiani, perché Matteo è rimasto e s’è aggiunta Alessandra patagonica. Dormono tutti all’hogar fino a domani, poi andremo in Uruguay, a Colonia, approfittando delle feste per rinnovare il visto.
Stasera, dopo mille tentennamenti, abbiamo deciso di rimanere al barrio.


26/12/06
Dei Natali fuori casa, sicuramente è stato il migliore: forse perché non lo sentivo Natale, perché con questo caldo non poteva esserlo. Comunque sia, siamo arrivati alla Vigilia come a un giorno qualunque (presepe vivente a parte, che abbiamo fatto il 23 sera con il diluvio e un mare di ragazzini contenti). Proprio la Vigilia è arrivato un volontario dal Brasile, Matteo, che siamo andati a prendere in una Buenos Aires deserta e surreale. La sera eravamo invitati a cena dai padri Misioneros (padre Daniel e compagnia). Ci siamo ritrovati in venti tra salesiane, francescani, misioneri e josefinas; più la congregazione jolly, quella dei voluntarios – noi tre – gli unici senza voto di castità (ma non sembrava).
Le chiacchiere, come sempre, non mancavano; e come sempre non mancava il vino, poco santo ma tanto poderoso. A mezzanotte, qui, si fanno i fuochi come a Capodanno. Siamo usciti in strada, dove tutto il barrio si riversava affrontando le strade sterrate come vietcong, pronti a sfidare petardi e napalm pur di fare gli auguri a tutti. I misioneros, da bravi padroni di casa, hanno tenuto alta la bandiera di Gesù bombardando di bengala le stelle (pagane) e di miccette le cloache (rifugio di temibilissimi rospi adoratori del demonio).
Rientrati dentro, Damian e frà Sergio (un francescano da centro sociale) erano già armati di guitarra. Hanno iniziato con una zamba lenta, si sono scaldati con una mezza dozzina di chamamé e hanno continuato, viaggiando tra Salta e Santiago del Estero, Tucumán e Jujuy, fino alle 02:30 del mattino. Quando, col lento scivolare delle canute teste dei veterani (sr. Celina e un francescano ultraottantenne), ci hanno cullato con una zamba natalizia verso il meritato riposo. (Non prima di averci obbligati, a noi della congregazione dei volontari, a dargli un assaggio del nostro repertorio gregoriano: Bella Ciao e La società dei magnaccioni).

Il giorno di Natale siamo stati catturati da Finita e Dante per il pranzo: un saluto di cinque minuti, come al solito, è finito in ore di asado&vino. Alle 16:00 abbiamo affrontato il viaggio per Buenos Aires, smagliante di sole e più vuota che mai di auto e di gente. Lasciato Matteo all’ostello, dopo una birra e altre due salsicce, siamo tornati al barrio distrutti.
Oggi, asado con le cuoche in casa di Chinguilo per festeggiare la chiusura dell’anno. La casa è molto più bella di quanto mi aspettassi, conoscendo don Chingui: tutte le pareti sono rosse e gli “infissi” (virgolette d’obbligo) blu. Anche i panni che riparano gli elettrodomestici dalla polvere sono blu: i colori del San Lorenzo, squadra di Almagro per cui tifa anche sr. Marta. Ma la vera sorpresa è nel retrobottega: una decina di cornici che raccolgono vecchie foto di un Chinguilo magrissimo (quindi quasi irriconoscibile) nei suoi pantaloni a zampa, camice anni ’70 e Ray Ban. Altre dei tempi di Corrientes, quando ancora lavorava nei campi: a torso nudo tra enormi buoi marrone, arando un campo. Altre ancora con la moglie (che è morta) e la figlia in un qualche posto con la foresta: i capelli lunghi e nerissimi aiutano a riportarlo all’immagine nota del guaranì. (Che effettivamente è). La migliore, però, lo ritrae sedicenne durante un’apparizione al Teatro Colón, con le vesti tradizionali corrientine… non ho resistito, e bando alla privacy ho fotografato le foto.
Ci siamo ubriacati rapidamente, suore comprese: tutto quel vino gelato nei 30° di mezzogiorno non lo avrebbe retto neppure un veneziano. È stato un pranzo più che allegro, che ha definitivamente sancito il nostro ingresso nel meraviglioso mondo criollo della siesta pomeridiana. Mai dormito tanto profondamente.


23/12/06
Dopo Mercedes, León. In un parco di Palermo, ieri sera. Siamo arrivati al tramonto, distrutti da una giornata di marcia; per fortuna ci aspettava un prato morbido, ben tagliato, e una folla tranquilla, di tutte le età, tipo quella di un picnic domenicale. Tanti bambini, neonati e lattanti (in Italia le mamme sarebbero state accusate di snaturaggine, ma perché?!).
C’erano due gruppi d’apertura, il primo nulla di eccezionale, il secondo guidato da un giovane armonicista davvero eccezionale. Poi è arrivato León: a parte un discutibile inizio con i video del suo dvd, sugli schermi passavano le immagini della dittatura argentina e del colpo di stato in Cile, accompagnando le sue vecchie canzoni. Il recital presenta un disco antologico che ripercorre tutta la sua carriera; dopo una splendida canzone sull’assassinio di Victor Jara, a concludere la sessione degli anni ’60-’80 ha fatto La memoria. Abbiamo aspettato ancora fino a una zamba composta con Atahualpa (e sullo schermo passavano filmati del gran vecchio suonando la chitarra nel cortile di casa), poi ci siamo avviati verso la lontanissima Ciudad Evita. Siamo arrivati alle 3:00 passate. Ne è valsa la pena.

22/12/06
Sabato scorso, una tempesta tropicale fuori tropico. Da due giorni facevano 34°, sensazione termica 46° (parola di Canal 13). Nel giro di mezz’ora s’è scesi sotto i 20°, il vento ha iniziato a soffiare come mai avevo visto e l’acqua scendeva orizzontale. Poi è diventata grandine: di 3cm di diametro (pare che in centro ne siano scesi di 4,5cm, distruggendo auto e vetrate al punto di far finire i parabrezza, per cui ormai c’è una lista d’attesa di tre mesi).
Noi eravamo piacevolmente a cena da Finita, ovviamente all’aperto. In una pausa del temporale abbiamo deciso incautamente di tornare a casa. Cento metri, e ha ricominciato peggio di prima; la luce in tutto il barrio è saltata, regalandoci un panorama apocalittico di pozze e fango illuminato dai lampi più spaventosi che abbia visto finora. Tutti i liquidi di cielo e terra si sono rimescolati in un luminoso brodo primordiale fatto delle cloache straripanti e dal fango, tanto che per tornare a casa ci siamo tolti le havaianas e abbiamo iniziato a nuotare. Arrivati finalmente a casa, la sorpresa (per modo di dire): l’acqua aveva inzuppato di tutto, materasso compreso, e il fragore delle gocce (delle secchiate) sulla lamiera non aiutava a dormire. Una notte da naufragio del Bounty; al risveglio, la spiacevole sorpresa di scoprire che l’unico albero del patio, la nostra speranza di una siesta all’ombra nell’appiccicume di gennaio, era crollato. In un patio di due metri per due possiamo reputarci fortunati che non abbia centrato il tetto che ovviamente non avrebbe retto a un fusto di pannocchia, figuriamoci a un melo carico.
Ma questa è solo la premessa perché il divertente è venuto nei giorni seguenti. Tutto il barrio è rimasto senza luce fino a martedì (quando in alcune zone è iniziata a tornare). I più sfortunati guardavano nervosi il calendario, immaginandosi le feste a luce di falò e candele, e soprattutto senza televisione. Quando gli operai della compagnia elettrica, dopo cinque giorni, si sono fatti vivi (e come sono arrivati non lo so, visto che le principali strade erano occupate da vicini preoccupati che bruciavano copertoni reclamando attenzione), Ester e Inocencio, quelli del corso di panadaria, hanno rapidamente organizzato un picchetto. Una cinquantina di persone hanno bloccato i mezzi della compagnia davanti al palo con il trasformatore bruciato che (sostenevano) ci volevano altri cinque giorni per riparare.
«Finché non abbiamo la luce, mi spiace ma non ve ne andate di qui» ha detto Ester.
«Ma noi che c’entriamo niente, signora. Siamo solo operai».
«Lo so, ma se vi lasciamo andare credi che la compagnia ci manderà qualcuno prima di Natale?»
«No…»
«Ecco, mi spiace»
«Ma siamo in servizio dalle sei di mattina!» (erano le cinque di pomeriggio).
«Vieni da me, fatti una siesta!»
Alle 23:00, tornando da una cena a casa delle suore, erano ancora lì bevendo vino&coca. Ci siamo fermati a chiacchierare fino alle 2:00. Abbiamo conosciuto il padrone del garage-altare del Gauchito Gil. Alla fine, pare che l’auto con il trasformatore di ricambio sia arrivato alle 3:30. Vittoria piquetera.
Ah, compleanni di sr. Celina e poi di sr. Marta. Entrambi senza luce, a lume di candeline, nel patio. Tanta gente.

13/12/06
Sia sr. Norma che sr. Celina sono fuori, e a cena siamo soli con sr. Marta. Una serata splendida, di chiacchiere tranquille e insolite - per noi - da fare con una suora. Ci ha chiesto come ci siamo incontrati, e ci ha raccontato di quando usciva con un ragazzo e di come, ormai grande, a 23 anni, ha deciso di diventare suora. La sua è una storia atipica: non ha ricevuto affatto un’educazione cattolica e non ha mai frequentato chiese fino all’università. La madre è atea, e il padre cattolico non praticante, e quando lei gli ha detto che avrebbe preso il velo la madre è svenuta sul colpo e il padre ha smesso di parlarle. «Tutto è iniziato perché io non frequentavo chiese, messe, o cose del genere. Stavo quasi per laurearmi in matematica, ma andavo sempre in giro con la Bibbia, per leggerla, perché avevo questo pallino di cercare la verità e sentivo che per me stava lì. Ma niente preti o chiese. Poi un giorno un’amica mi dice guarda, c’è questa ragazza che come te va in giro sempre con la Sacra Scrittura, te la presento. Io non ne volevo sapere niente, ma visto che con le mie amiche si parlava di tutt’altro e in famiglia pure, un giorno la chiamo. E viene fuori che questa era dei Testimoni di Geova, mi invita a una riunione e io vado. Mi sembrava tutto un po’ strano, però ci vado qualche volta, anche se non mi convinceva tanto, tanto che poi ho smesso di andarci. E questa ragazza, quella che mi ci aveva portato, inizia a cercarmi cercando di convincermi a tornare, una cosa un po’ brutta perché io non la volevo vedere. Proprio in questo periodo mi invitano a una messa di giovani; io era un mare di tempo che non andavo a messa, tipo dalla prima comunione a sei anni. Ci vado, e c’era un mare di giovani, ma tanti. Era ad Almagro. Invece dell’organo c’era una banda rock, chitarre elettriche, un mondo che io neanche sospettavo. Ci vado, ma così, bella combattiva, pronta a questionare, e alla fine della messa vado dal padre (giovane pure lui) con la Bibbia in mano, pronta a combattere. Gli faccio un mare di domande, di osservazioni; gli contesto tutto quello che avevo da contestare; e lui mi risponde sempre con garbo, senza scomporsi. Alla fine gli dico, padre, posso tornare a parlare con lei? E lui sì, certo, ti aspetto. E così ho iniziato a frequentare la chiesa. Nonostante questo, due o tre anni dopo, mentre facevo parte di un gruppo di giovani che facevano volontariato in ospizi e case di cura per disabili, il padre mi dice: se ti vuoi fare suora vai a parlare con questo e questo… io lo guardo con gli occhi sgranati: ma che è matto, padre, suora io? Proprio non ci potevo credere… e guarda come sono finita!»

07/12/06
Nelle lunghe interruzioni del diario mi sono perso un pezzo importante, ormai scontato (forse è per questo): sr. Marta è tornata a casa. Incredibile la capacità di recupero, perché neanche dieci giorni dopo l’ospedale era di nuovo qui (credo fosse il 29 novembre). Non lavora, certo; se ne sta quasi sempre a casa; ma è tornata.
Comunque, i corsi continuano bene. Portoghese molto meglio di italiano, sorprendentemente: probabilmente è perché la classe è più piccola e non ci sono bambini (a italiano sono cinque e cinque!). Ci sono anche state affidate due bambine di 10 anni, che non sanno né leggere né scrivere perché la madre si “dimentica” di mandarle a scuola, all’hogar o in qualunque altra parte. Il padre è morto, e in casa sono: mamma (che fa la prostituta); 4 figlie, di cui due le suddette e le altre due (16-17 anni) con rispettivamente uno e due figli; il ragazzo della figlia più piccola (che fa il ladro). Un quadro incoraggiante.
Per il futuro, stiamo preparando un progetto per un concorso fotografico di barrio. L’idea sembra effimera, ma non lo è: l’obiettivo non è tanto di premiare belle foto, ma di spingere la gente del posto a fornire un’autorappresentazione di sé e a riflettere sulla vita - e sui problemi locali. Non è un’idea nuova, sia Gloria che io siamo convinti di aver sentito fare qualcosa del genere con indios – o comunque in un contesto etnografico.
La cosa ci entusiasma, perché è un modo di coinvolgere nella descrizione/rappresentazione i locali stessi, col fine anche di salvaguardare la memoria collettiva (che qui in Argentina è tenuta molto cara, nonostante tutto). Il problema, naturalmente, sono i fondi: non credo saranno ingenti, e soprattutto, vorremmo che fossero finanziati qui da gente più o meno locale. Un modo per far vedere che per fare le cose non c’è bisogno necessariamente della manna dal Cielo né della manna dall’Europa, ma che con iniziativa qualcosina si ottiene. Vedremo.

02/12/06
È passato un bel pezzo; i propositi di chi scrive un diario scivolano quasi sempre sul settimanario, poi nel mensuario, poi nel nulla (l’annuario è un’altra cosa). Viva la costanza (che come al solito è il mio forte), neanche al mese intero sono arrivato!
A proposito, è passato un mese intero dal nostro arrivo qui. Sarebbe tempo di un primo bilancio, ma forse c’è poco da bilanciare visto che il semplice diradarsi delle note già indica che il periodo del primo contatto è passato. Da segnalare: mi stupisco ogni giorno di più che non abbiamo mai avuto un solo momento di spaesamento (da leggere letteralmente). Tutto è davvero simile, la gente non è così diversa, e a parte di Babbi Natale sudati che si grattano via l’odioso tessuto sintetico appiccicato non c’è quasi nulla di culturalmente scioccante. Parlandone insieme con Gloria, ci siamo trovati d’accordo sul fatto che non siamo mai stati all’estero sentendoci così poco all’estero. Mica ci saremo già abituati a partire! Perché a ventisei anni sarebbe un desespero: tanto varrebbe tornare e mettersi direttamente a coltivare a patate un fazzoletto di terra tra il Raccordo e Maccarese. (Quello sì che sarebbe culturalmente scioccante).
… ieri è stata una sera da ricordare. Siamo andati da Finita e Dante, che hanno una casa carinissima a una cuadra da qui, per raccontargli del primo giorno del laboratorio di strumenti musicali all’hogar, che è andato benissimo: i bambini si sono appassionati, e anche se il risultato non è stato propriamente un piano Blutner il bilancio è assolutamente positivo. Sono delle pesti, sono tornato a casa senza voce e con la sensazione di aver vogato da Gibilterra a Sant’Elena, ma erano più che interessati. Insomma, siamo andati da Finita e Dante per raccontargli di mercoledì e sfogliando avido le pagine di Clarín (la Repubblica di qui; non mi compro giornali perché il primo giornalaio sta a 15min e 35°centigradi da casa) mi casca l’occhio sull’annuncio di un concerto gratuito in piazza a Morón di Mercedes Sosa! Nonostante fossimo stati invitati da Sole (un’amica di Finita) a un appetibilissimo party in villa con piscina, eroicamente ci siamo messi sull’autobus e siamo andati. La piazza centrale si andava riempiendo rapidamente, la notte era stupenda. Uno striscione enorme scendeva dal tetto del municipio mostrando la faccia sorridente di Júlio Lopez, vittima del regime negli anni ’70 e desaparecido (ormai è certo) due mesi fa - per punirlo della testimonianza data al processo che ha fatto condannare diversi aguzzini.
La piazza era strapiena quando è entrata “la Negra”, tutta avvolta in un enorme vestito nero e con una sciarpa rossa attorno al collo. Per camminare aveva bisogno di due ragazzi, a passi lenti ma non incerti s’è guadagnata il trono centrale, da dove ha iniziato a cantare con una voce cristallina e in grande forma. Zambas, chacareras, pezzi di Víctor Heredia e di Charly, di León Gieco e di Atahualpa; vecchi successi come La Cigarra (cantando ha pianto e raccontato dell’esilio); e diverse canzoni dall’ultimo album Corazón libre, ispirato (ora lo capisco) dai gravi problemi di cuore di cui soffre. Ha cantato due ore magnifiche, come una persona che sta tanto male, così grassa e malandata, possa reggere due ore così non lo riesco a capire. Ma la piazza era estasiata, famiglie con i bambini e i bebè, vecchi seduti sulle loro sediole, gruppi di giovani e di impiegati, tutti ascoltavano con l’aria attenta che si riserva di solito al racconto di un confidente, ma rilassati come a un pic-nic. Abbiamo incontrato Celia, la madre di Ale e l’altra sorella.

18/11/06
Vi scriviamo un primo breve resoconto da Ciudad Evita. Innanzi tutto vi comunichiamo che suor Marta é stata operata d’urgenza per una perforazione allo stomaco e peritonite... Come vi avevamo detto, da quando siamo qui non l’abbiamo vista che un paio di giorni perché stava a Buenos Aires occupandosi della madre malata. All’improvviso si é sentita male ed é stata ricoverata. Per un paio di giorni se l’é vista abbastanza brutta, poi per fortuna le cose hanno iniziato ad andar bene: é stata operata mercoledì della settimana scorsa, e ora sta già mangiando quasi normalmente. Tre giorni fa é uscita dall’ospedale e per la durata della convalescenza rimarrà alla casa ispettoriale. Riguardo a noi, come potrete immaginare ce ne siamo stati abbastanza buoni: oramai siamo più o meno ambientati, ci muoviamo con tranquillità e la prossima settimana inizieremo a lavorare con i bambini dell’hogar di Finita e Dante (un hogar salesiano, gestito da questi due fortissimi laici, che lavora solo di giorno e con bambini provenienti da situazioni familiari in qualche modo a rischio), dove faremo un laboratorio di teatro e probabilmente di costruzione di strumenti musicali con materiali di riciclo. La nostra ambizione, per il teatro, é di coinvolgere anche le mamme: per ora proveremo con due incontri distinti madri/bambini.
Inoltre, abbiamo sistemato la farmacia della cappella (che era tanti farmaci e nessun modo di distribuirli) e da martedì inizieremo la distribuzione.
Per le altre cose, aspetteremo la fine delle scuole che oramai é prossima, e con i nuovi orari si vedrà.
La situazione generale é molto diversa da quella della gran parte degli altri volontari, perché la comunità come sapete é molto piccola, il barrio grande, e le istituzioni che ci lavorano sono eterogenee. Il bello é che proprio per questo tutti (Finita, i padri del Sagrado Corazón, le Hermanas Josefinas, alcune ONG ed enti municipali) lavorano cooperando, in rete; il brutto é che, non essendo un istituzione centralizzata, noi due ci troviamo a non essere inquadrati in una struttura, in degli orari, a dei compiti precisi. Inoltre é difficile seguire l’insieme delle attività per capire dove potremmo essere più utili perché hermana Marta non c’é, e a tenere le fila di quasi tutto quello che é "sociale" é lei. Norma e Celina, anche perché sono un po’ più avanti con l’età, sono meno attive nei lavori di campo e sono impegnatissime con le incombenze liturgiche e ecclesiastiche in generale: catechesi, battesimi, comunioni, eccetera.
Proprio per questo non vediamo l’ora che Marta ritorni... l’abbiamo vista poco ma ci ha subito fatto un impressione magnifica, é una persona incredibile ed emana un energia positiva che poche persone sanno trasmettere come lei. Nonostante questo, stiamo benissimo anche così: Norma e Celina sono come due nonne, il clima é quello di una vera famiglia e non facciamo altro che ridere tutta la sera (cioè, vediamo anche telenovelas, laviamo i piatti, mangiamo verdurine colorate perché Norma é fissata con i colori della verdura, e naturalmente tifiamo Boca perché se no Celina smetterebbe di coccolarci...).
Bene , é più o meno tutto.
Saluti e baci,
Dario e Gloria

02/11/06
Questa è la prima volta che riusciamo a vedere internet tranquilli, quindi approfittiamo per scrivervi. Qui le cose vanno benone, le suore sono una dolcezza e il barrio (una vera favela: la nostra casetta "mui precaria" è, senza tanti giri di parole, una baracca col tetto di lamiera, infestata di zanzare e col bagno-fogna-a-cielo-aperto... senza doccia!!! Però è già un po' casa... comunque, se siamo fortunati in un paio di mesi le suore ci trasferiscono in una casetta più dignitosa. Però, a parte il fatto che quando piove il bagno diventa uno stagno, in realtà non ci si sta così male. Riguardo al lavoro, ci stiamo ancora orientando, ovviamente: per ora è stato quasi tutto messa & benedizione: la comunità è stata davvero carina con noi, ci hanno fatto trovare un enorme cartello dietro l'altare con scritto "bienvenidos Dario y Gloria". Speriamo di poter iniziare, diciamo in un mese, a fare qualcosa di più concreto, ma non ti preoccupare che non abbiamo fretta!! Peccato che suor Marta (già la adoriamo entrambi) ha la mamma che si è ammalata proprio in questi giorni, quindi manca da casa quasi sempre. Con lei sarebbe stato più facile tutto, perché sembra davvero una persona incredibile: aperta e attiva oltre ogni immaginazione. Speriamo davvero che torni presto, i turni in ospedale la stanno distruggendo. Le altre due suore sono tenerissime! Ci coccolano dal primo giorno, ci sfamano (anche troppo) e si divertono un mondo a guardare i programmi in tv.
A presto!
Dario e Gloria

29/09/06
Ciao a tutte, siamo arrivati sani e salvi.
Adesso vi stiamo scrivendo dalla casa delle suore, vi scriveremo in questi giorni con calma per farvi avere notizie. Un abbraccio.
Dario e Gloria
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