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Testimonianze da Mastrocesare Silvia “Promuovere la pace attraverso la solidarietà” - Texas


31/07/09
Ciao Vides Family!
Dopo mesi di latitanza, eccomi di nuovo a parlarvi della mia esperienza qui in Texas.
E’ incredibile come il tempo scorra così velocemente; mi sembra ieri, quando chiusa nella mia piccola stanza del convento, piangevo per la nostalgia di casa. Ed ora, a nove mesi di distanza, col sorriso sulle labbra, aspetto con ansia ogni nuovo giorno per scoprire quali altre magnifiche esperienze o interessanti conoscenze il destino mi riserva. Nove mesi sono veramente lunghi da trascorrere ma quando sei in missione, è come se il tempo assumesse un’altra dimensione, è come se tutto accadesse più velocemente del normale. E’ difficile riportare su un foglio le emozioni vissute in questi mesi, perché certe sensazioni, certi stati d’animo, si possono solo vivere e non raccontare.
A parte un’iniziale nostalgia di casa, che credo sia normale, la mia missione a San Antonio si è rivelata da subito un’esperienza unica ed emozionante. Lavorare nella St. John Bosco School e respirare lo spirito familiare che la caratterizza, mi ha fatto sentire parte della comunità, dimenticando tutte quelle piccole differenze culturali che evidentemente intercorrono tra la cultura italiana e quella americana. Appena arrivata, ad esempio, notai una cosa che ai miei occhi era incomprensibile: quel “personal space” che circonda ogni persona e che nessuno ha il diritto di invadere. Come tipica ragazza italiana, per me è normalissimo salutare le persone con un forte abbraccio, per me rappresenta un segno di amicizia, di affetto, il desiderio di conoscere il prossimo. Negli Stati Uniti, invece, anche se apparentemente la gente è molto socievole, “devi mantenere una certa distanza di sicurezza” quando comunichi con le persone. E’ come se ci fosse una paura inconscia di entrare in un contatto profondo, eliminando ogni barriera. Ovviamente per me era normalissimo avere lo stesso rapporto con i bambini, soprattutto quelli con cui lavoravo ogni giorno. Per un po’ ho cercato di creare anche io il mio “personal space” ma lo sforzo è stato invano, perché ogni volta che un bambino mi correva incontro gridando Miss Silvia con un enorme sorriso sulle labbra, mi era impossibile dirgli di mantenere le distanze. Come si fa a far capire ad un bambino di 6 anni, con un’anima così semplice e pura, che non deve aprirsi totalmente al prossimo? Perché dobbiamo trasmettergli questo senso di timore? E a quanto pare, il mio atteggiamento aperto e solare ben presto è stato compreso ed accettato (anche in questo paese in cui la paura degli abusi sessuali è all’ordine del giorno, tanto da organizzare costanti riunioni tra gli insegnanti all’interno delle scuole). Alla fine dell’anno scolastico, gli stessi genitori sono venuti a ringraziarmi per il modo in cui ho saputo essere insegnante, amica e compagna di viaggio dei loro figli. Era come se si fidassero totalmente di me, affidandomi in ogni circostanza i propri figli senza timore. E devo ammettere che quello è stato uno dei tanti momenti che mi hanno riempito il cuore di gioia in questi mesi.
Come ci avevano detto durante il corso di formazione, il periodo in missione non è sempre positivo, anzi … E’ un continuo alternarsi di emozioni positive e negative, di gioia e di depressione, dovute al lavoro non sempre al livello delle proprie aspettative, alle difficoltà comunicative dovute alla lingua, alle differenze culturali, alla vita del convento, ecc. Ed ovviamente anche io ho vissuto in pieno la cosiddetta “curva dell’umore” del volontario. Rileggendo il mio diario, ho trovato qualcosa che ora mi fa sorridere. Il 29 gennaio, neanche a metà della mia missione, scrivevo:
Continuo a piangere … l’ho fatto per tutto il giorno … stare chiusa in questa stanza mi sta distruggendo … mi sembra di essere tornata indietro di tre mesi!
Nella stanza accanto sento Valentina ridere, le è tornato il sorriso perché domenica torna a casa … E questo mi fa stare ancora più male, perché resterò completamente sola, non avrò nessuno con cui confrontarmi, sfogarmi … Mi sento senza forze, fragile, sola… Sto male ma non voglio mollare, ma non so come tirarmi su. Le lacrime continuano a scendere e mi odio per questo, per tutta questa fragilità. La gente continua a dirmi che sono molto coraggiosa per quello che sto facendo… ma dov’è questo coraggio? Io vedo solo tanta fragilità ed instabilità!”
Dopo un periodo di cedimento, è tornata la gioia, grazie ai bambini ed al loro affetto incondizionato, ma verso metà servizio la mia curva dell’umore ha subito un ulteriore crollo, un vero e proprio volo in picchiata verso il basso.
Sister Jeannette, vedendomi qui seduta a scrivere con gli occhi gonfi di lacrime, si è fermata per parlare un po’, e mi ha fatto bene. Le ho chiesto come fanno loro ad essere sempre allegre, a non avere mai questi momenti di cedimento. A quanto pare non è facile neanche per loro. Anche loro possono tornare a casa solo una settimana all’anno. Mi ha detto che ogni giorno è una sfida, ed ogni giorno devono rinnovare il loro sì alla chiamata che hanno ricevuto. Lo stesso vale per me, anche io devo rinnovare ogni giorno il mio sì a questa avventura. E nonostante i momenti di tristezza, i cedimenti, ogni giorno dico sì, perché questa sfida voglio vincerla, perché è un’esperienza indimenticabile e perché l’ho voluta e la voglio fortemente. Non ho mai pensato di rinunciare e certo non inizierò proprio ora a farlo.”
Scrivendo queste cose si potrebbe pensare che andare in missione è solo una sofferenza gratuita che noi volontari infliggiamo al nostro cuore ma non è così. Anche se ci sono diversi momenti neri ed offuscati, la missione è qualcosa di semplicemente straordinario che ti cambia la vita e ti riempie il cuore. Ogni giorno c’è sempre qualcosa che vale la pena ricordare, come quando verso la fine dell’anno scolastico, una mamma mi si avvicina per dirmi quanto suo figlio di sei anni si sia affezionato a me. Mi ha raccontato che ogni giorno, tornando a casa, non faceva altro che dire “Miss Silvia ci ha fatto fare questo … Miss Silvia ci ha detto questo … Miss Silvia … Miss Silvia …”; e poi mi ha detto che suo figlio custodiva gelosamente la cartolina di Roma che avevo portato ad ogni studente della classe, evitando che chiunque potesse toccarla.
Questi bambini sono incredibili, mi hanno accolta dal primo giorno come se mi conoscessero da sempre, non negandomi mai un sorriso o una parola gentile. Sono loro che mi hanno trasmesso la forza in ogni momento e quel coraggio che la gente vedeva in me non era altro che il riflesso del loro affetto.

A volte mentre lavoravo con loro in classe o nel dopo scuola, mi soffermavo ad osservarli, sono incredibili. Fino ad ora non mi era mai capitato di prestare attenzione al comportamento dei bambini, è proprio vero che sono la cosa più bella che esista al mondo; sono gioia in persona. Espressione della semplicità più pura. Sono così piccoli ma anche così maturi, molto più di noi adulti. E’ incredibile come si prendano cura l’uno dell’altro e come siano sempre attenti a coinvolgere gli altri bambini. Mi ritengo davvero fortunata per essere capitata a lavorare con i bambini di prima elementare. Mi sono resa conto che sono una fonte inesauribile di insegnamento, e non potrò mai ringraziarli abbastanza per questo. E’ proprio vero che quando vai in missione, non sei tu a portare qualcosa a loro, ad “insegnargli” qualcosa ma tu sei semplicemente uno studente; ogni giorno c’è qualcosa da imparare da questa esperienza.

Finito l’anno scolastico sono iniziate nuove avventure. Ho lavorato in due campi estivi sia in Asherton che a San Antonio ed anche questa volta ho imparato molto, soprattutto di me stessa. Ho scoperto qualità che non credevo di avere, un’incredibile capacità di adattamento, una forte flessibilità, nonché la capacità di lavorare in un team e di mettermi in gioco in ogni situazione. Cose che prima di partire mi spaventavano e non credevo assolutamente mi appartenessero.
Da nove mesi a questa parte, ogni giorno è una sorpresa e ciò non mi spaventa più, perché ho capito di essere perfettamente in grado di fronteggiare ogni esperienza ed anzi, credo proprio che il bello sia affrontare le cose inconsciamente, senza aver modo di rimuginare troppo e farsi assalire dalla paura di fallire. E’ grazie a questa capacità che ho potuto lavorare in prima elementare, insegnare in terza elementare, organizzare attività per il programma del doposcuola, prendere la parola durante diversi workshops, animare i campi estivi, lavorare nell’ufficio Vides+Usa ed andare in giro per diverse parrocchie a raccontare la mia esperienza in missione.

Sono ormai giunta alla fine della mia missione, ancora un mese e poi si tornerà alla “normalità”. Sempre se quella sarà ancora normalità per me. Non credo sia facile ritornare alla propria vita dopo una parentesi così lunga e così particolare. Ho paura di sentirmi un pesce fuor d’acqua, perché sono sicura di essere cambiata, mi sento una persona nuova, migliore rispetto a quando sono arrivata qua, mi sento “riempita”. Non so se ciò che provo si riesce a capire, sicuramente gli altri volontari stanno vivendo le stesse emozioni in questo momento, ma come ho detto inizialmente, certe cose si possono solo vivere e non spiegare. Non ci sono parole per certe emozioni.
E per tutte queste emozioni che ho vissuto non smetterò mai di ringraziare i bambini della St. John Bosco School e di Asherton, le suore salesiane che mi hanno accolta nella loro comunità dandomi fiducia in ogni momento, le insegnanti e lo staff della scuola con cui ho lavorato a stretto contatto per otto mesi, e tutte le meravigliose persone che ho incontrato in questo anno di missione.
Grazie!
Peace

03/12/08
Ciao Vides!
Finalmente anche io vi mando la mia testimonianza da questa parte del mondo.
Dopo vari intoppi burocratici all’aeroporto di Atlanta a causa del mio visto, alla fine siamo giunte in Texas, la nostra casa per questo lungo anno.
I primi giorni sono stati veramente difficili, sono partita con un’incredibile voglia di vivere questa esperienza ma al tempo stesso con mille paure e soprattutto tanta nostalgia per ciò che lasciavo in Italia. Appena arrivata a San Antonio, Texas, mi sono subito sentita molto amata, Sister Gloria mi è stata molto vicina, ma sinceramente ciò non mi faceva stare meglio e le lacrime erano una costante nelle mie prime giornate. Insomma, la voglia di scappare era forte, costante, ma qualcosa mi diceva che dovevo restare, che non dovevo mollare perché questo era il mio posto. E così è stato. Dopo un paio di giorni di assestamento, abbiamo finalmente iniziato a lavorare all’interno della scuola e da quel momento tutto ha preso un’altra piega. I bambini sono così dolci che ti fanno stare per forza bene; è stato bellissimo, dopo solo un giorno, sentirli chiamare “Miss Silvia” in continuazione e vederli intorno a me in ogni momento. Basta un loro sorriso a riempirti il cuore. Il primo giorno hanno iniziato a raccogliere fiori e a regalarmeli… sono semplicemente dolcissimi.
La mia giornata inizia alle 07.00, ora della colazione con le altre suore della comunità. Alle 7.20 ci riuniamo tutti in palestra, dove ogni mattina i bambini pregano di fronte alla bandiera americana e a quella texana, dedicando anche un preghiera speciale al mondo intero e a tutte le persone che in quel momento stanno soffrendo. In questa mezz’ora insieme si festeggiano anche eventuali compleanni e poi tutti in classe. Dopo aver sistemato le cose in palestra, passo la mattinata nelle due prime classi, con i bambini di 6 e 7 anni. Qui principalmente assisto le insegnanti, ciò vuol dire che mi occupo di tutto, dalle cose burocratiche all’insegnamento, a seconda di ciò che serve. Dopo pranzo, invece, aiuto nella preparazione e nell’allestimento delle decorazioni per la scuola, visto che gli americani sono molto attenti a queste cose ed ogni giorno c’è qualcosa da festeggiare. Dalle 15.00 alle 15.30 mi occupo del dismessal, cioè sto con i bambini finché i genitori non vengono a prenderli, dopodichè inizia l’ora di tutoring e after school care, in cui aiuto nei compiti i bambini i cui genitori lavorano fino a tardi. La giornata è veramente piena e la sera non vedi l’ora di andare a dormire ma anche se fisicamente ti senti stanco, l’idea di stare con questi bambini ti dà tanta energia. Vivere all’interno di una comunità salesiana, 24 ore su 24, non è sempre facile, ci sono regole che ai nostri occhi sembrano incomprensibili e che forse non capiremo mai, ma bisogna accettarle, questo è il loro mondo e noi non possiamo cambiarlo, bisogna cercare di andare oltre all’apparenza, bisogna superare le barriere che costantemente si pongono davanti ai nostri occhi e cercare di crearsi un proprio spazio. E la gioia che ogni giorno mi trasmettono i bambini, mi aiuta ad andare avanti in modo positivo.
Anche se il lavoro nella scuola mi piace, sento che posso dare di più, e vorrei fare di più, soprattutto perché in questo quartiere c’è tanta gente povera, a differenza di quanto molti possano pensare dell’America, che necessiterebbe di un aiuto, anche semplicemente di qualcuno che passi un po’ di tempo con loro. Qualcosa abbiamo fatto ma spero proprio di riuscire a fare di più per queste persone…
Un abbraccio forte a tutti, in qualunque parte del mondo vi troviate…

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