
Infulene, 25/03/06
Carissimi,
ancora una volta mi trovo qui ad iniziare la lettera con le mie scuse... scuse per essere sparita per cosí tanto… Qui la vita continua piena e intensa come sempre, ma giá molto diversa da com’era nei primi tempi... da una parte meglio, dall’altra peggio. Mi spiego: i primi tempi non avevo ancora degli incarichi specifici cosí passavo le mie giornate affiancando i bambini ed i ragazzi nelle loro varie attivitá: lavorare in campagna quando era il momento del lavoro, spazzare il cortile nell’ora delle pulizie, convincerli a farsi la doccia dopo aver giocato, lavorato e sudato, giocare, disegnare, raccontare storie, chiacchierare nel tempo libero, studiare quando arrivava l’ora di studiare, pregare prima di andare a letto (oggi invece sono sfuggita al rosario per venire a scrivervi ma da qui posso sentire le voci dei ragazzi che hanno ormai finito e cantano il canto della buonanotte)...Da una parte era bello perché passavo un sacco di tempo insieme a loro, sapevo come stava e come si era comportato ognuno durante la giornata, mi accorgevo subito se per caso qualcuno mancava all’appello e riuscivo a sapere dagli altri dove se ne era andato... ma era anche molto faticoso perché lavorare stretto contatto con i bambini 24 ore su 24 dopo un po’ ti esaurisce, soprattutto nel tempo del lavoro: non si fa in tempo ad acchiapparne uno per metterlo al suo posto che l’altro dietro l’angolo se n’é giá andato e cosí dopo un po’ avevo l’impressione di passare le mie giornate ad inseguire i bambini senza nessun risultato concreto. Ma poi con il nuovo anno sono emerse nuove esigenze e mi sono state affidate nuove responsabilitá. Se ne sono andate due suore e cosí parte del loro lavoro é ricaduto su di me; nello specifico, sono diventata responsabile dell’infermeria e dei malati in generale, un lavoro tranquillo finché si tratta di una ferita da disinfettare o poco piú, ma che diventa complicato se ci sono altri sintomi. Innanzitutto, uno dei principali problemi é che qui dietro a qualsiasi sintomo per noi poco preoccupante, si nasconde lo spettro della malaria... sembra che il plasmodio che la trasemtte si sia evoluto ed ora si presenta nelle forme piú diverse: febbre, mal di gola, mal di pancia, vomito, diarrea, mal di testa. Ogni persona puó avere i suoi sintomi e allora riconoscerla non é facile. Io non ho esperienza e non me la sono sentita di dare la clorochina “ad occhio”, come le suore erano abituate a fare, in fin dei conti si tratta di una bella responsabilitá, se si considera che la malaria, se ben trattata é una sciocchezza, come una nostra influenza di un paio di giorni, ma se trascurata puó portare a complicazioni gravi, fino alla morte. Allora che fare? Ne ho parlato con la direttrice e insieme abbiamo concordato che, non avendo una persona formata, era meglio iniziare a portare i nostri bambini e ragazzi al Centro di Salute Locale. In fin dei conti si tratta anche di un’esperienza educativa, perché abbiamo notato che i ragazzi grandi, ormai usciti dal Centro da tempo e che vivono a casa loro, continuano a venire qui per farsi curare. Quando ho chiesto loro perché mi hanno risposto: “Tutta la vita siamo stati curati qui, perché ora dovremmo andare da un’altra parte?” oppure “Elena, al Centro di Salute c’é la fila, invece qui ci ricevi subito...” E cosí ho deciso di prendere due bambini di 10 anni con mal di testa e febbre ormai da giorni (sospetto quindi di malaria) e di fare l’esperienza del Centro di Salute. Se non mi sbaglio, apre alle 8 (o forse apre alle 7 ma gli operatori, che non ho capito se sono medici, infermieri o che altro, arrivano in ritardo!). Noi alle 7.15 siamo giá lí, mi sembra abbastanza pieno ma i veterani mi dicono che rispetto al solito non c’é tanta gente. Hanno giá distribuito dei cartoncini ricavati da una scatola di medicinali fatta a pezzettini con scritti i numeri dall’1 al 70 a penna, in pessima calligrafia... ma questo lo scopriró solo piú tardi! Intanto mi metto in una specie di fila che esiste ed inizio a chiacchierare con le mie vicine, sí perché ovviamente é inutile dire che forse il 90% degli utenti sono donne con bambini in braccio o nei dintorni; gli uomini, se ci sono, stanno da soli. Arrivano i “dottori” (o almeno lí li chiamano cosí ma io ho i miei dubbi!): una cicciona che fa medicazioni e iniezioni, una ragazza che si occupa dei bebé e un signore per i bambini e gli adulti. Il dottore esce ed inizia a chiamare i numeri... a chi risponde, dá la ricevuta della visita al prezzo di 1000 meticais (circa due centesimi di euro). A questo punto le persone che sono riuscite a comprare la ricevuta si mettono in fila e, nonostante tutti sappiano che il dottore riceve secondo l’ordine dei numeri scritti sulla ricevuta, si mettono a spingere e lottare per il posto... non so come facciano, considerando che sono malate o che stanno accompagnando qualcuno malato, ma davvero la fila é piuttosto agitata. Nel frattempo, noialtri ci arrangiamo come possiamo per l’attesa, considerando che esistono solo due panche e la tettoia del centro é troppo piccola per entrarci tutti. Le donne stendono a terra le capulane (telo di stoffa colorata che tradizionalmente le donne usano in diversi modi: come gonna, legandolo intorno alla vita; come marsupio per trasportare i bambini, legandoselo sulle spalle; per sedersi o stendersi a terra e non sporcarsi,...) e ci sistemano i bambini per dormire o ci dormono pure loro. Io e i miei due bambini ci sediamo sulle radici dell’albero piú grande che c’é davnti al Centro ma con il passare delle ore l’ombra diventa sempre piú piccola e dobbiamo spostarci. Noa rimane appoggiato al tronco a dormire, Isac mi chiede la capulana che ormai anch’io, da brava mozambicana, porto sempre con me e si butta sul cemento, sotto l’ombra della tettoia, a dormire anche lui. Io resto in piedi per cercare di tenere sotto controllo la situazione. Verso le 10 iniziano a ridistribuire quei cartoncini con i numeri ed io riesco a prendere il 30... aspettiamo ancora un po’ prima che esca qualcuno a venderci la ricevuta. Ci sono un paio di falsi allarmi e noi ci mettiamo tutti in fila ma poi, dato il sole cocente, ritorniamo ognuno al nostro posto. Finalmente esce la cicciona con le ricevute, non sa niente dei cartoncini con i numeri né ne vuole sapere, la fila quindi non conta piú ed in pochi secondi si trasforma in una specie di rissa. Io non sono ancora abituata a lottare quindi resto un po’ indietro ma, senza che glielo abbia chiesto due ragazzi, separatamente, si fanno avanti nella mischia e mi comprano le ricevute. Finiscono. Io, grazie alla loro gentilezza, me ne ritrovo con una in piú che rivendo ad una ragazza. La mia presenza in quel luogo infatti ha stimolato la simpatia o per lo meno la curiositá di molti: cosa ci fa una bianca in un posto come questo? Ed hanno ragione a chiederselo: io, se stessi male, non mi farei mai e poi mai curare in un posto del genere... Cosí mi chiedono: “Sono i tuoi figli?” Spiego loro che sono del Centro Don Bosco, che sto lavorando lá, nasce un dibattito: qualcuno non lo conosce, altri dicono “quei bambini lá hanno un trattamento che in casa loro di certo non potrebbero avere”, il resto della platea conferma: “é vero, sono molto belli i tuoi bambini, tutti e due, si vede che stanno bene..” e poi hanno notato che nell’attesa ho tirato fuori dalla borsa un libro per farli leggere e poi dei biscotti per la merenda. Ad un certo punto, morta dal caldo, ho anche mandato un messaggio al Centro per farci portare due bottiglie di acqua gelata... sí, perché lí al Centro di Salute c’é un bidone d’acqua (chissá se é potabile..) ma tutti bevono da un’unica tazza, senza neanche risciacquarla, l’ideale in un posto pieno di malati... Beh, per farla breve alle 13.30 riusciamo ad entrare dal dottore, guarda i bambini solo con la coda dell’occhio, neanche li sfiora e chiede cosa hanno: “mal di testa” “Poi?” risponde lui. “Febbre” “Poi?” chiede di nuovo. “Tosse” “Poi?” “Mal di pancia” “Basta?” “Sí!” Prende il dito dei bambini, lo punge con un ago (per fortuna apre una confezione nuova per ognuno, anche se non mi avrebbe stupito vederli usare lo stesso per tutti... ma per fortuna, no) e tira una goccia di sangue, la mette in un apposito contenitore e ci mette una goccia di un prodotto per osservare la reazione. Non é l’analisi del sangue vera e propria che, a quanto pare, dice anche il numero di croci della malaria (ovvero la sua gravitá); quest’esame dice solo positivo o negativo e, a quanto dicono, puó sbagliare spesso... Infatti viene negativo a tutte due, cosí ci liquida con aspirina per il mal di testa e antibiotico per tutto il resto...
Il giorno dopo un altro ragazzino sta male e uno del giorno prima non accenna a migliorare. Io e la direttrice li mettiamo in macchina e facciamo i giro dei centri di Salute della zona, tutti pieni. Ad un certo punto, sulla strada, vediamo una clinichetta... spendiamo circa una trentina di euro (per tutti e due) e in poco piú di un’ora abbiamo un check-up completo, con analisi del sangue e tutto. Trattamento per la malaria... anche se le analisi non la rivelano, l’infermiere dice che l’esperienza gli permette di riconoscerla dai sintomi! É passata una settimana ed i due ragazzini stanno bene e sono tornati a giocare a pallone. Qui dicono che é proprio vero che i soldi risolvono tutti i problemi... io rimango con molti interrogativi. Meglio salvarli adesso portandoli in clinica per poi magari morire da grandi, perché invece di fare la fila in ospedale preferiranno restarsene in casa o meglio rischiare di farli morire ora seguendo i percorsi della Sanitá Pubblica? E non lo dico per esagerare... é morto davvero poche settimane fa uno dei nostri ragazzi, di 18 anni, per una malattia che si portava avanti da anni e che i medici non hanno saputo scoprire se non il giorno dell’autopsia. Forse 5 o 6 volte é stato ricoverato e mandato subito dopo a casa, senza quasi migliorare le sue condizioni né capire che cosa avesse. Un mese prima della morte e dell’aggravamento della situazione con una serie di ricoveri, eravamo stati al Pronto Soccorso insieme perché si lamentava di dolori allo stomaco. Entra da solo dal medico, lo manda a fare i raggi e poi gli prescrive un po’di medicine ma mi dice che il medico non gli ha detto cos’ha. Allora entro io per domandarglielo… “non ha niente” mi risponde “deve essere stata solo una contusione”. Due giorni dopo la situazione precipita, inizia a vomitare sangue, gli si gonfia l’addome, poi le gambe e cosí via fino al coma. É questa la sanitá mozambicana, senza nulla togliere a tutti quei medici che nonostante tutto, nonostante la carenza di mezzi fisici e intellettuali, continuano ad impegnarsi e a fare al meglio il proprio lavoro. Altri peró, forse perché sommersi dal carico di lavoro, si arrendono e liquidano qualsiasi sintomo con degli antidolorifici... per tirare avanti ancora un po’. Intanto noi continuiamo a ricordare il nostro fratello Faustino che ci ha lasciato, vittima, insieme a tantissimi altri a noi sconosciuti, di questo stato delle cose. Chi siano i colpevoli o i responsabili non lo so, vi ripropongo questo mio interrogativo...
Intanto vi saluto, vi abbraccio forte ad uno ad uno e vi aspetto!

18/01/06
Carissimi,
ancora una volta mi trovo qui a scusarmi per il mio silenzio, le risposte mancate o quantomeno il ritardo nel dare mie notizie... Come sempre comincio informandovi di quello che possiamo considerare la cosa più importante: sto bene e, nonostante le difficoltà che ogni tanto possono esserci, sono contenta di stare qui. Gli ultimi due mesi sono stati un po’ diversi da quelli precedenti ma non per questo meno intensi. Diversi perché? Innanzitutto perché sono stati i mesi delle vacanze estive... i primi di dicembre, come vi avevo già raccontato, abbiamo finalmente concluso l’anno scolastico con la sudatissima festa di chiusura e la settimana successiva alcuni bambini del Centro hanno iniziato a chiedere di andare a casa per passare le vacanze, come é loro abitudine... infatti, come penso di avervi già raccontato, la maggior parte dei “bambini di strada”, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, hanno famiglia, molti hanno i genitori e altri almeno un nonno, una nonna, degli zii. Quindi, un lunedì mattina, alcuni dei bambini hanno cominciato a chiedere di andare a casa mentre altri dicevano che non volevano andare... noi abbiamo un po’ temporeggiato e il giovedì mattina ce li siamo trovati tutti sulla porta, ognuno con il suo sacchettino di plastica con dentro tutti i propri averi (ovvero qualche vestito e poco più), pronti per andare a casa. Suor Dolorinda (la direttrice) li ha chiamati uno ad uno ed ha controllato i sacchetti, sostituendo alle magliette sporche e stracciate che i ragazzini avevano messo dentro dei vestiti nuovi e dando scarpe o sandali nuovi a quelli che di solito giravano scalzi per il Centro. Poi abbiamo consegnato ad ogni bambino una lettera con il risultato dell’anno scolastico appena terminato (promosso o bocciato) e la data prevista per il ritorno (31 Gennaio). Qualcuno é partito da solo, a piedi o con i soldi per prendere lo chapa (minibus), mentre quelli per i quali avevamo dubbi sulla casa di destinazione sono stati accompagnati. Io, insieme a Carlos (il cuoco della casa delle suore nonché il mio migliore amico qui nel Centro), abbiamo accompagnato a casa Netinho, un ragazzino di circa 10 anni, abbandonato fuori dal Centro da piccolino, circa 5 anni prima. Dopo qualche anno, compare la madre ed inizia a venire a trovarlo saltuariamente (pare che anche prima lo facesse ma di nascosto dalle suore), dice di essere sola e di non avere notizie del padre del bambino né della sua famiglia. Il giorno in cui tutti i bambini partono per le vacanze Netinho all’improvviso chiede di andare a casa della zia nel quartiere di Patrice Lumumba, a poco più di un km dal Centro. Un po’ stupite da questa improvvisa apparizione, accettiamo comunque di farlo preparare ed andare a vedere. Netinho sembra conoscere molto bene la strada e ci guida sicuro fino alla casa di questa zia. Fa strano e forse fa anche un po’ ridere vedere entrare questo ragazzino vestito di tutto punto, con magliettina e pantaloncini puliti ed un paio di bei sandaletti di cuoio nuovi, in un quartiere di periferia fondamentalmente povero, dove la maggior parte dei bambini che giocano, corrono, lavorano nelle strade sabbiose del quartiere sono scalzi e non troppo puliti! E la suora che si preoccupa così tanto di fargli mettere i “vestiti buoni”, quando vanno a casa... Secondo me, loro che dal Centro vanno a passare le vacanze a casa sono un po’ come gli immigrati arricchiti che tornano per le ferie, per chi li vede arrivare deve fare un po’ lo stesso effetto. Bambini e ragazzi che da una casa dove hanno acqua, luce, tre pasti al giorno, un campo da calcio e uno da calcetto/baket/pallavolo, palloni, etc... se ne vanno nella palhota (casa di materiale precario: in passato paglia e cannucciate, ora soprattutto lamiera), senza luce, senza acqua, con un pasto al giorno se tutto va bene e con la strada per giocare con un pallone fatto da sacchetti di plastica e stracci tutti annodati. Però loro erano tutti contenti di andare, alla fine sono le vacanze (che qui, più che riposo, definiscono un cambiamento di attività) e soprattutto é la loro CASA.
Insomma, arriviamo con Netinho a casa e ci accoglie una signora che ci porta tre sedie e ci fa sedere in cortile mentre va a chiamare la famosa zia (che sta vendendo insalata e pomodori all’angolo della strada). Le spieghiamo che portiamo il bambino per passare lì due mesi di vacanza, teoricamente non lo vede da almeno cinque anni e potrebbe anche non riconoscerlo ma non batte ciglio. Risponde che quella é casa sua e può restare quanto vuole, poi ci spiega che lei é la prozia... dalla parte del padre di Netinho e ci riassume tutta la complicata storia della loro famiglia. E così l’abbiamo lasciato lì e ce ne siamo tornati a casa...
Ma tornando al discorso iniziale, sono stati due mesi diversi per vari motivi... il primo, appunto, é stato lo svuotamento del Centro per le vacanze... pensate che sono rimasti solo 3 bambini rispetto alla ventina abituale; poi ci sono stati vari arrivi e partenze che, come sempre accade, alterano gli equilibri e modificano la routine quotidiana: papà e mamma, Francesca e Tito, Teofilo (un ex ragazzo del centro, ora emigrato in Portogallo, che non tornava da 4 anni ed ha passato qui un mese di vacanze); ed infine c’é stata la scoperta da parte delle suore che io so guidare anche se qui hanno il volante a destra... e quindi hanno iniziato a darmi sempre più frequentemente incarichi da motorista (autista). Positivo perché comunque giro, vedo, conosco e non resto dal lunedì al venerdì sempre chiusa qui dentro... negativo perché a volte un po’ mi stufo di stare sempre in giro ed ho meno tempo per stare qui a giocare, disegnare, chiacchierare con i bimbi.
Per ora vi lascio, anche se le cose da raccontare ovviamente sarebbero tante.
Leggo sempre con piacere le vostre notizie e, come sempre, mi devo scusare per la non-tempestività delle mie risposte...
Vi abbraccio tutti! A presto
07/12/05
Carissimi,
un breve aggiornamento solo per farvi sapere che tutto procede bene da queste parti... certo, la vita non é sempre facile e, come in qualsiasi situazione, si alternano i momenti belli a quelli di sconforto ma cerco sempre di andare avanti e trovare il lato positivo di ogni cosa.
FESTA DI CHIUSURA DELL’ANNO
Innanzitutto, vi posso dire che sabato c’é stata la tanto attesa “festa di chiusura dell’anno” che tanto ci ha fatto penare nel mese di preparazione... per fortuna é andato tutto bene e bambini e ragazzi hanno presentato molto, molto meglio di quanto non facessero durante le prove. Quando provavamo, mi facevano disperare tra scherzi, battute, errori e ad un certo punto avevamo addirittura pensato di togliere la recita perché veniva troppo male... A fine spettacolo, quando tutti i bambini della scuola e i genitori se ne sono andati, siamo rimasti solo noi di casa e abbiamo approfittato delle casse e dello stereo (che le suore non concedono mai) per ballare e fare un po’ di festa...
LA PUNTURA DI INSETTO
Oggi ho accompagnato un ragazzino all’ospedale centrale di Maputo perché da domenica pomeriggio aveva un braccio gonfio. Secondo il suo racconto, dopo aver pranzato, giocato e poi essere andato all’oratorio, si era addormentato sul retro della casa delle suore e si era risvegliato con una fitta al braccio, una puntura di animale, ma non sapeva dire quale. Arrivati all’ospedale, dopo un’attesa più che ragionevole, ci riceve una dottoressa e chiede a Jorge se non sia per caso caduto o se gli amici gli abbiano tirato il braccio giocando... Lui dice di no e lei ci manda a fare i raggi. Io un po’ mi stupisco per la presunta incompetenza della dottoressa ma non dico nulla. In radiologia, i tecnici hanno la mia stessa reazione: “come pensa di vedere una puntura di insetto in una lastra?” ma eseguono l’ordine, mi dicono che la dottoressa probabilmente pensa che il bambino stia mentendo. E l’esame conferma questa ipotesi: “frattura dell’avambraccio”... mentre noi a casa cercavamo di curarlo con gli antiallergici!!! Ora che siamo rientrati, tutte le suore, vedendo il gesso, ci hanno guardato con gli occhi sbarrati...
Solo per dire come bisogna stare attenti a credere alle storie che i bimbi ci raccontano...
…ormai mi sono adattata al ritmo di vita africano del vivere alla giornata... chi vivrà, vedrà!
Un abbraccio forte a tutti!!!
Hambanini (ciao in shangana, lingua del sud del Mozambico che sto imparando a poco, a poco... praticamente é la lingua madre per i ragazzi...)
15/10/05
…Il lavoro é davvero tanto... i primi giorni ho iniziato alle 6.30 e finito, senza soste se non per mangiare, alle 21 21,30... ora in cui praticamente svenivo nel letto. Anche suor Dolorinda se ne é accorta e mi ha detto che non posso fare così ma devo prendere almeno qualche ora, durante la giornata, per riposare.
Ma cosa faccio, in pratica? vi starete chiedendo. Come vi avevo preannunciato, un pò di tutto. Le suore, più di una volta, mi hanno detto che i loro volontari devono abituarsi ad essere "polivalenti" ed io tento di adattarmi. Alcune attività mi piacciono un po’ di più altre meno ma, nel complesso, posso ritenermi soddisfatta... cerco di presentarvi brevemente la mia giornata tipo.
6.15 sveglia
6.30 esco per la "ronda": i ragazzi sono divisi per zone e ognuno deve fare la pulizia della sua parte... ovviamente, se non controllati, pressati e minacciati di rimanere senza colazione, non fanno quasi nulla... Iniziano ad arrivare i primi alunni della scuola
6.45 apro la lavanderia, dove i più piccoli hanno i vestiti, e controllo che si cambino, andando a cercare fuori quelli che cercano di sfuggire
7.00 Buongiorno: adunata per l´inizio delle lezioni. La scuola ha circa 600 alunni divisi in due sezioni, dalla 1a alla 7a. I più grandi vengono il pomeriggio, per motivi di spazio. Posso finalmente andarmi a bere il caffè e fare colazione...
8.00 circa Vado ad aiutare a studiare e a controllare un gruppetto di ragazzetti che vanno a scuola il pomeriggio ma stanno lì dentro tutto il giorno... Spesso però (praticamente quasi tutti i giorni) mancano i professori e quindi suor Maria da CoinceÇao, la direttrice della scuola, mi viene a cercare per affidarmi qualche supplenza. Per ora ne ho fatte 3: una in 4a, una in due 7e simultaneamente e poi quasi tutta la mattinata in una prima. La prima volta ero molto emozionata e non mi sentivo all’altezza, ben presto però mi sono resa conto che, non di rado, i prof hanno studiato molto meno di me e forse hanno quindi meno "strumenti"... La situazione é piuttosto complicata: le classi sono di una cinquantina di persone e libri e quaderni scarseggiano. Ora siamo alla fine dell’anno scolastico e spesso e volentieri mi é capitato di trovarmi di fronte a bambini di 1a e di 2a che non sanno né leggere né scrivere, alcuni neanche il proprio nome. Quelli più grandi sono invece abituati ad imparare le cose letteralmente a memoria (i prof sono soliti dare le domande e le risposte il giorno prima del compito) e quando io gli chiedo il significato di alcune parole che stanno ripetendo, mi rispondono che il prof non gliel’ha detto e che quindi non c´é bisogno di saperlo per il compito. Ho deciso quindi che la mia missione, in questo ambito, sarà quella di far capire ai ragazzi quello che ripetono a memoria. Sembra che le mie lezioni abbiano riscosso abbastanza successo e i bambini di prima, dopo quattro ore in cui mi avevano fatto impazzire (ogni minuto c´é qualcuno che si mena o che accusa un compagno di averlo menato), mi hanno chiesto se tornavo anche il giorno dopo perché si erano divertiti tanto... pensate che abbiamo fatto anche educazione fisica e ho cercato di insegnare loro una specie di girotondo.
Ora vado ma spero di continuare presto. Vi abbraccio forte e aspetto vostre notizie.
p.s. Qui mi hanno chiesto di scrivere un progetto per i ragazzi ormai maggiorenni che sono usciti dal centro e hanno formato una cooperativa agricola, vorrebbero provare a presentarlo a Cooperazione Italiana, Spagnola e qualche altra organizzazione... forse anche il VIDES può fare qualcosa?

Sono arrivata a Maputo ieri pomeriggio con tre ore di ritardo, infatti il nostro volo che doveva partire a Lisbona alle 10 é decollato solo all’una di notte...
…nel posto che per i prossimi 10 mesi sarà la mia casa: o Centro de Acolhimento Dom Bosco, Infulene, Machava.
È a circa una ventina di km da Maputo, dopo una zona di campi coltivati. Vivono lì circa 70/80 ragazzi, tutti maschi, tra i 6 e i 25 anni, 4 o 5 suore, una coppia di volontari spagnoli e una signora portoghese che se ne sta per andare e che quindi io dovrei sostituire. Dentro il centro c'é una scuola elementare e media pubblica, frequentata da tutti i bambini e le bambine della zona oltre che da quelli del Centro.
Ci sono poi dei laboratori dove i ragazzi lavorano: quello della carta dove fanno blocchi, quaderni e scatole; quello di cucito e poi quello di cesti. Fanno cose carine...
Poi i ragazzi si alternano nei lavori comuni, tipo cucina, innaffiare il prato, aiutare la signora che lava e stira i vestiti dei più piccoli (ci sono 3 lavatrici, ma tutte rotte, così anch'io farò quest'esperienza di vita senza lavatrice...), tagliare la legna, etc... Io ovviamente sono stata e sono tuttora la grande novità, ogni tanto qualcuno viene a presentarsi e quando passano tutti mi osservano e mi salutano. Tutti, suore, ragazzi e lavoranti vari mi hanno accolto molto calorosamente...