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Il cuore oltre il murales

Written by patrizia

“PACIÊNÇAAAAAAAA!! ONDE ESTAVA??”

“Mãe, estava aí”: una timida vocina risponde, un po’ spaurita, al richiamo sguaiato della madre. Ci guardiamo sconsolate e pensiamo che il nome di questa bambina non potrebbe essere più appropriato.

Così inizia la nostra giornata alle 6:30; come tutte le mattine, queste voci ci ricordano che c’è vita al di là del muro che stiamo dipingendo.

Rumori del bairro -quartiere-, i più disparati, allietano le nostre giornate lunghe, perse fra i colori troppo accesi delle vernici:

richiami monotoni delle zungueras: venditrici ambulanti che girano per le strade della città con bacinelle ricolme di frutta e arachidi in equilibrio sulla testa, e che, con una cadenza da litania -ricordano vagamente i nostri coccobello-, sciorinano la loro mercanzia sperando in qualche cliente;

urla di bimbi, conosciuti o sconosciuti, che si arrampicano sul cancello per vedere cosa stiamo disegnando o dipingendo; ci chiamano per nome, indovinano il prossimo soggetto, complimentano con un bem bonito o muito lindo e scappano via, continuamente…e se per caso non ci giriamo, urlano più forte e per dispetto ci chiamano chinese! -i bambini più piccoli, quando vedono un bianco, pensano sia inevitabilmente cinese, i quali, più o meno, sono gli unici sparuti bianchi che vivono qui;

commenti di adulti che si fermano e controllano, chiedono cosa stiamo disegnando, esprimono il loro parere sull’opera -come esperti critici d’arte- e si allontanano;

voci di donne, con le bacinelle colme d’acqua sempre, inevitabilmente, in equilibrio sulla testa, che richiamano, e all’occorrenza minacciano, una fila più o meno lunga di figli, fratelli e nipoti che si rincorrono fra loro;

e non solo…

Questi personaggi, infatti, sono solo la cornice di una vivace e colorita scena teatrale alla quale quotidianamente assistiamo. Eppure, a differenza di un semplice spettatore, molto spesso entriamo improvvisamente come  personaggi in alcune scene più o meno tragicomiche, e ci diamo all’improvvisazione.

Scopriamo, ancora una volta, che qualsiasi lavoro intraprendiamo qui, che sia dipingere il muro di cinta di una scuola dell’infanzia, organizzare un corso di lingua per adulti o bambini, programmare attività per un campeggio, preparare lezioni di alfabetizzazione,… va molto al di là del lavoro in sé e che, anzi, esso diventa un semplice espediente per condividere un’esperienza umana troppo densa per essere categorizzata in un progetto di volontariato, un’esperienza che ci catapulta violentemente nella vita degli altri.

Incontriamo, quindi, frammenti di vita che a volte non capiamo, e non solo per difficoltà linguistiche. Nonostante la musica che ogni tanto ascoltiamo noi -quella poca musica che siamo riuscite faticosamente a scaricare in questi mesi- e quella che arriva dai vicini -la quale puntualmente racconta del Dio di una chiesa non meglio identificata, con una melodia che ci riporta alle sagre di paese-, e nonostante i rumori inaspettati e conturbanti di probabili lavori di ristrutturazione del cortile adiacente, volenti o nolenti ci troviamo a origliare le conversazioni che provengono dall’altra parte del muro. Sono voci che raccontano di faccende di casa -vestiti da lavare, cibo da cucinare, giardino da sistemare, acqua da andare a prendere,… -, che sgridano bambini, o la nostra Paciênça, i quali tentano sempre di scappare, che ci sfiniscono con il pianto inconsolabile di un neonato… Infine, sono voci di minacce scambiate fra quella che sembra essere una coppia: grida che ci spaventano e che tentiamo di tradurre fra noi a bassa voce per indovinare la gravità della situazione. La maggior parte delle volte per noi il finale rimane indecifrabile.

Laviamo i pennelli e cerchiamo le latte del giallo e del blu, nel tentativo di mischiare un verde brillante.

Incontriamo, accanto alla porta della rimessa, Bartolomeo che saluta e ci fermiamo un attimo ad osservare sbigottite il sangue rappreso sul naso gonfio del guardiano della scuola. Chiediamo, impensierite, spiegazioni, e lui racconta una colluttazione a sfondo passionale: pare infatti che uno dei suoi amici sia stato colto mentre scappava dal letto della moglie dello stesso Bartolomeo. Rimaniamo perplesse e dispiaciute.

Subito dopo, notiamo con preoccupazione la sua mano destra deformata e chiediamo ancora delucidazioni; con pazienza, ci racconta di un incidente con un pezzo di ferro conficcatogli nel palmo, che gli ha procurato una ferita aperta ed evidentemente non curata. A questo punto ci guardiamo preoccupate; la mano troppo gonfia ci suggerisce un’infezione e dubbiose gli chiediamo se si sia disinfettato: domanda stupida, dal momento che la ferita sporca e non bendata della mano che continua a toccare sporcizia ci fa pensare all’urgenza di un vaccino antitetanico. Chiediamo un rapido consulto via WhatsApp al medico di straordinaria disponibilità che ha già curato la febbre tifoide di una di noi, lasciamo a Bartolomeo l’indicazione di alcuni antibiotici e, tutt’altro che tranquille, ci assicuriamo che vada in ospedale finito il turno.

Il giorno dopo chiediamo ad Alfredo, l’altro guardiano, notizie di Bartolomeo e lui ci rassicura, armeggiando con la catana con la quale apre le nostre latte di vernice tutte le mattine.

Ricominciamo a dipingere, sedute all’occorrenza sulle latte vuote; due parole per tenerci compagnia, quattro risate per smorzare la monotonia dei gesti, bambini che giocano in lontananza…; sotto il sole ormai alto, alziamo ogni tanto lo sguardo sul limite del muro, dove qualcuno, chissà quando, ha arrotolato un filo spinato.

 

 […]

 E andando nel sole che abbaglia

 sentire con triste meraviglia

 com’è tutta la vita e il suo travaglio

 in questo seguitare una muraglia

 che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

(E. Montale, Meriggiare pallido e assorto)

Luena, 26 agosto 2019

Benedetta e Raffaella

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