Ultime notizie Volontariato

Insegniamo e impariamo in quanto esseri umani

Written by patrizia

La storia di Hermenegildo Norberto Catete, Luena

Entro in classe e una confusione di bambini mi travolge. Tra schiamazzi e risate, tutti si fanno spazio fra i banchi e si siedono; una rapida occhiata alla classe e, in fondo, incontro con gli occhi Hermenegildo, che mi saluta con lo sguardo e un sorriso. Puntuale ed educato, non può che spiccare immancabilmente un ragazzo troppo grande per quegli sgabelli di plastica.
Dopo due ore di lezione, tutti i bimbi escono e, leggermente distrutta, mi avvicino al giovane che mi aspetta per chiacchierare. Mi parla un po’ di sé -sorprendentemente, solo dopo due ore mi confida che gli piace molto cianciare.
In una casa con sette fratelli, quattro mamme, un numero non ben precisato di cugini e un padre che appare e scompare come un prestigiatore, ha trascorso la sua infanzia, adolescenza e vive tutt’ora. In una sola parola: confusione, una immensa confusione. A quanto pare però tutto ciò viene descritto con un sorriso di complicità. A lui piace: con tante persone in casa ci si diverte e si riesce quasi sempre a farsi una risata.
Comincia a spiegarmi, dopo aver notato la mia espressione sbalordita. La sua famiglia appartiene al popolo Côkwe, uno dei tanti di etnia Bantu. Sua madre, insieme a una delle tre sorelle di lei, è l’unica a lavorare: è professoressa e saltuariamente vende vestiti.
Il padre, con cui non ha gran bel rapporto, non lavora, e ha un’altra moglie con altri figli a Saurimo, un’altra città. Dalla sua espressione si capisce che l’argomento lo mette a disagio. Mi spiega, infatti, che fino ai suoi tre anni il padre era solito sistematicamente abbandonare moglie e figli per raggiungere l’altra famiglia. Con sconvolgente naturalezza, cerca di farmi capire raccontandomi un aneddoto, sempre ricordatogli dalla madre: un giorno, quando aveva tre anni, il padre, tornando di passaggio a casa, cercò di portare il piccolo Gildo -questo è il suo soprannome- con sé, ma il bimbo si rifiutò, contestando con un ragionevolissimo “Non ti conosco!”. 
Gildo ha diciannove anni ed è il terzo figlio. Sua sorella più grande, la seconda, si è sposata dopo le scuole medie perché rimasta incinta e vive con il marito. I più piccoli vanno a scuola.
Ci fermiamo a parlare del primogenito che, insieme alla madre e al padre, pare abbia un ruolo importante per la sua educazione. Il fratello, 26 anni, dopo le superiori, intraprende il corso universitario di filosofia, presso un seminario di Benguela, che abbandona all’ultimo anno per evitare di diventare sacerdote. Non mi stupisco: qui è molto comune cominciare un percorso religioso solo per poter conseguire una formazione che sarebbe impossibile ottenere altrimenti, sia per ragioni materiali che geografiche -la provincia del Moxico, una delle più isolate dell’Angola, non offre molta scelta universitaria, soprattutto pubblica. Ora studia sociologia, vive da solo, lavora in radio per mantenersi e il suo esempio, come mi confida Gildo, lo ha sempre stimolato per proseguire nei suoi studi. Lunghi e interessanti dialoghi nutrono il loro legame e la sua curiosità.
Un altro modello di perseveranza è sua madre, che si trova all’ultimo anno dell’università di chimica. Nonostante figli e lavoro, non ha perso la voglia di continuare ad imparare e cogliere le opportunità per studiare.
Mentre suo padre? Beh, anche lui ha un ruolo importante, mi dice; da piccolo lo incentivava a impegnarsi nei compiti a suon di legnate. Insomma, il loro rapporto è stato problematico, e Gildo onestamente mi confida che ancora lo teme.
Parliamo di lui, delle difficoltà che incontra nello studio, nella mancanza di spazi -una casa sovraffollata, sebbene ricca di colori e personalità, può diventare ostile per privacy e concentrazione- e nel reperimento del materiale, sia per la condizione economica e l’incostanza del supporto familiare, sia per la penuria di biblioteche e librerie. I libri qui sono una merce molto rara, nonostante si possa andare a scuola -tutti, in linea teorica.
La bocciatura in sesta -che qui corrisponde all’ultimo anno della Scuola primaria- è stato un evento importante, che ha segnato una svolta nella sua vita ma che ricorda con allegra leggerezza. Dopo aver concluso per la seconda volta l’anno, il ragazzino birbante, svogliato e scapestrato è cambiato. Ha deciso di mettere la testa a posto e ha accettato la sfida: prendere in mano un libro -che già di per sé sembra un’impresa. La prima volta che ha confidato a un amico di aver letto un libro da cima a fondo, l’altro gli ha riso in faccia.
<<Chi parlava male di me, ora si deve ricredere>>, dice. Con orgoglio adesso cammina per la strada e ricambia il saluto dei bambini che lo chiamano e per la gente della sua rua -strada- lui è ora è il professore. Non hanno torto. Sta infatti concludendo lo stage dell’ultimo anno delle superiori -le nostre vecchie Magistrali-, che lo vede insegnante in prima elementare. Studia perché gli piace imparare, qualcuno dei suoi professori lo ha affascinato, e anche se prima desiderava diventare giornalista, ora, grazie alla scuola che frequenta, è contento di avere la possibilità di diventare professore. <<Condividere le nostre conoscenze con un altro, un amico, un bambino>> spiega <<rende quella persona importante, fa di lei una priorità>>. Desidera trasmettere conoscenze perché, afferma con un po’ di malcelata arroganza -ha pur sempre 19 anni- , ne sa più di molti altri.
Per il futuro, questo scout che -oltre a Robin Hood- ama i film romantici e che sogna l’amore del “per sempre”, vorrebbe intraprendere l’università, magari anche all’estero (in Brasile?), e studiare pedagogia.
Cosa ci fa uno come te in una classe di bambini?, gli domando. <<Un professore una volta mi ha detto che si insegna e si apprende in quanto esseri umani. Non mi importa se i miei compagni sono bambini -anzi, pare che lo diverta quando lo chiamano “collega”-, o se a volte ne sanno anche più di me: io voglio imparare, e desidero cogliere ogni opportunità. Volevo studiare alcune lingue straniere e il tuo corso gratuito è una possibilità qui rara che non potevo perdere>>.

Benedetta e Raffaella

About the author

patrizia